Il vecchio di Corico: l'elogio dell'orto nelle Georgiche

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Il vecchio di Corico

Infatti ricordo sotto le torri della rocca ebalia,

dove il bruno Galeso bagna le bionde coltivazioni,

di aver veduto un vecchio di Corico, che possedeva

pochi iugeri di terra abbandonata, infeconda ai giovenchi,

inadatta alla pastura di armenti, inopportuna a Bacco.

Questi tuttavia, piantando radi erbaggi fra gli sterpi

e intorno bianchi gigli, verbene e il fragile papavero,

uguagliava nell'animo le ricchezze dei re e, tornando a casa,

colmava la mensa di cibi non comprati.

Primo a cogliere la rosa in primavera e in autunno a cogliere i frutti,

quando ancora il triste inverno spaccava i sassi

con il freddo e arrestava con il ghiaccio il corso delle acque,

egli già tosava la chioma del molle giacinto

rimproverando l'estate che tardava e gli Zefiri indugianti.

Dunque era anche il primo ad avere copiosa prole

di api e uno sciame numeroso, e a raccogliere miele

schiumante dai favi premuti; aveva tigli e rigogliosi pini,

e di quanti frutti, al nuovo fiorire, il fertile albero

si fosse rivestito, altrettanti in autunno ne portava maturi.

Egli ancora trapiantò olmi tardivi in filari,

e duri peri e prugni che ormai producevano susine,

e il platano che già spandeva ombra sui bevitori.

Ma impedito a ciò dall'avaro spazio, tralascio e affido

questi argomenti ad altri che li celebrino dopo di me.

Testo latino

Namque sub Oebaliae memini me turribus arcis,

qua niger umectat flaventia culta Galaesus,

Corycium vidisse senem, cui pauca relicti

iugera ruris erant, nec fertilis illa iuvencis

nec pecori opportuna seges nec commoda Baccho.

Hic rarum tamen in dumis holus albaque circum

lilia verbenasque premens vescumque papaver

regum aequabat opes animis seque revertens

nocte domum dapibus mensas onerabat inemptis.

Primus veris rosam atque autumni carpere poma

et, cum tristis hiems etiamnum frigore saxa

rumperet et glacie cursus frenaret aquarum,

ille comam mollis iam tondebat hyacinthi

aestatem increpitans seram Zephyrosque morantis.

Ergo apibus fetis idem atque examine multo

primus abundare et spumantia cogere pressis

mella favis; illi tiliae atque uberrima pinus,

quotque in flore novo pomis se fertilis arbos

induerat, totidem autumno matura tenebat.

Ille etiam seras in versum distulit ulmos

eduramque pirum et spinos iam pruna ferentis

iamque ministrantem platanum potantibus umbras.

Verum haec ipse equidem spatiis exclusus iniquis

praetereo atque aliis post me memoranda relinquo.

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