Gli Argonauti, Fineo e le Arpie: Azio, Ulisse e Alessandro Magno nelle fonti classiche

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Gli argonauti incontrano l’indovino Fineo

Gli Argonauti navigano per notti e giorni ed approdano alla costa della Bitinia. Lì, mentre si avvicinano alla reggia, vedono un vecchio triste e smagrito: si tratta dell’indovino Fineo, al quale Apollo impose siffatto castigo: non appena introduce del cibo nella bocca, dal cielo scende uno stormo di Arpie, sordidi uccelli, che mangia il cibo e sporca la tavola con gli escrementi. Solo gli Argonauti possono liberare Fineo, così come l’oracolo ha predetto. Mentre gli eroi preparano la tavola e, al tramonto del sole, riposano all’ombra delle querce, le Arpie calano a precipizio dal cielo, divorano il loro cibo e risalgono di nuovo in cielo. Immediatamente i figli alati di Borea catturano le Arpie, ma non le uccidono, perché, per volere di Giove, interviene Iris e dice: «Siffatte spaventose creature non tormenteranno mai più il vecchio Fineo».

Fineo rende grazie agli Argonauti e predice loro molte cose utili circa la via d’uscita dalla Bitinia e circa il viaggio in Asia: le rupi Simplegadi costituiranno un grave pericolo. Gli eroi le supereranno senza danni soltanto dopo che una colomba avrà superato illesa le rupi. Solo allora giungeranno con successo in Colchide, meta del viaggio.

LATINO

Argonautae noctes diesque navigant et ad Bithyniae ripam appellunt. Ibi, dum ad regiam appropinquant, senem tristem et macilentum vident: ille vates Phineus est, cui Apollo tale supplicium imposuit: ubi primum cibum in os inserit, Harpyiarum, sordidarum volucrum, agmen de caelo descendit, cibum edit et mensam excrementis foedat. Soli Argonautae Phineum liberare possunt, ut oraculum praedixit. Dum heroes mensam parant et sub umbra quercuum solis occasu quiescunt, Harpyiae praecipites de caelo decidunt, illorum cibum devorant et rursus in caelum ascendunt. Statim alati Boreae filii Harpyias capiunt, sed eas non occidunt, quia Iris, Iovis voluntate, intervenit et «Talia horrenda prodigia - dicit - numquam postea senem Phineum vexabant». Phineus Argonautis gratias agit et multa utiliaque iis praedicit de exitu Bithyniae et de itinere in Asiam: grave periculum rupes Symplegades erunt. Heroes eas sine damno superabunt solum postquam rupes columba incolumis superaverit. Tum vero feliciter in Colchidem, itineris finem, pervenient.

La battaglia di Azio

Dopo che, attraverso continui litigi, Ottaviano e Antonio avevano stipulato un patto, Ottaviano ottenne l’Italia e la Spagna, mentre ad Antonio toccò il dominio delle regioni d’Oriente. Ottaviano, per via delle importanti imprese e dell’integrità della condotta, suscitava l’ammirazione dei cittadini; Antonio aveva stabilito la propria dimora ad Alessandria e, insieme a Cleopatra, regina dell’Egitto, viveva nella dissolutezza. Inoltre, per amore e su spinta di Cleopatra, stava per ordire la rovina dell’Impero di Roma. Perciò il Senato, su esortazione di Ottaviano, dichiarò guerra ad Antonio e alla regina dell’Egitto. Così, nel mese di settembre, nel golfo di Azio, le truppe dei duumviri combatterono una guerra navale; eserciti e flotte erano pari e combatterono con grande valore. L’esito della guerra fu per lungo tempo incerto; tuttavia Cleopatra, d’un tratto, fuggì con una rapida imbarcazione, poiché aveva intenzione di tornare in patria. A quel punto anche Antonio, dimentico del dovere di un comandante supremo, fece vela verso Alessandria. Ai soldati di Antonio, vinti e abbattuti nell’animo, il disertore Ottaviano promise salvezza e perdono.

LATINO

Postquam crebris contentionibus Octavianus et Antonius foedus patraverant, Octavianus Italiam Hispaniamque obtinuit, Antonio Orientis regionum imperium contigit. Octavianus claris operibus vitaeque integritate civium admirationem excitabat; Antonius Alexandriae domicilium constituerat et cum Cleopatra, Aegypti regina, in mollitie vivebat. Praeterea, Cleopatrae amore atque impulsu, Romano imperio perniciem paraturus erat. Senatus igitur, Octaviani hortatu, Antonio et Aegypti reginae bellum indixit. Ideo mense Septembri in sinu maris Actiaci duumvirum copiae bellum navale gesserunt; exercitus classesque pares erant magnaque cum virtute pugnaverunt. Belli exitus diu anceps fuit, sed subito Cleopatra veloci navigio fugit quia domum remeatura erat; tunc Antonius quoque, imperatoris officii immemor, Alexandriam velificavit. Desertoris Antonii militibus victis et animo fractis Octavianus vitam veniamque promisit.

Alcune avventure di Ulisse

Di lì, dopo essere giunto presso il lago Averno, discese negli inferi e vi incontrò il suo compagno Elpenore, che aveva lasciato presso Circe, e gli domandò: «Come sei giunto negli inferi?»; Elpenore rispose: «Caddi ubriaco lungo una scala e mi spezzai il collo; ora ti prego: se tornerai presso i vivi, mi consegnerai alla sepoltura e mi porrai sulla tomba un timone». In quel luogo parlò anche con la madre Anticlea riguardo alla fine del suo peregrinare. Poi tornò presso i vivi, seppellì Elpenore e gli piantò un timone sulla tomba. Allora giunse presso le Sirene, figlie della Musa Melpomene e di Acheloo. Coloro che avevano udito il suono delle loro voci non superavano i loro scogli. Ulisse, che era stato avvertito da Circe, figlia del Sole, tappò con la cera le orecchie dei compagni e legò sé stesso ad un albero di melo, e in tal modo superò gli scogli delle Sirene. Di lì giunse presso Scilla, figlia di Tifone, che aveva la parte superiore del corpo femminile, la parte inferiore, dall’inguine, di pesce e sei cani; essa divorò sei compagni di Ulisse.

LATINO

Inde, postquam pervenerat ad lacum Avernum, ad inferos descendit ibique invenit Elpenorem socium suum, quem ad Circen reliquerat, interrogavitque eum: «Quomodo ad inferos pervenisti?»; cui Elpenor respondit: «Ebrius per scalam cecidi et cervices fregi; nunc te oro: si ad superos reverteris, me sepulturae trades et mihi in tumulo gubernaculum pones». Ibi et cum matre Anticlia verba fecit de fine errationis suae. Deinde ad superos revertit et Elpenorem sepelivit et gubernaculum in tumulo ei fixit. Tum ad Sirenas, Melpomenes Musae et Acheloi filias, venit. Qui earum vocum sonum audiverant, non superabant earum scopulos. Ulixes, qui monitus erat a Circe, Solis filia, sociis cera aures obturavit seque ad arborem mali constrinxit et sic Sirenarum scopulos superavit. Inde ad Scyllam, Typhonis filiam, venit, quae superiorem corporis partem femineam, inferiorem ab inguine piscis, et sex canes habebat; eaque sex socios Ulixis consumpsit.

Alessandro si fa proclamare figlio del dio Ammone

Alessandro si recò presso Giove Ammone perché desiderava consultarne l’oracolo, sia riguardo all’esito dei fatti futuri, sia riguardo alla propria origine. Infatti, sua madre Olimpiade aveva detto al marito Filippo di aver concepito Alessandro non da lui, ma da un serpente di notevole grandezza. E così Filippo, nell’ultimo periodo della sua vita, aveva dichiarato pubblicamente che Alessandro non era suo figlio, e per questo aveva ripudiato la moglie. Alessandro, che desiderava acquisire un’origine divina e insieme liberare la madre dall’infamia, inviò prima degli ambasciatori al tempio affinché corrompessero i sacerdoti, e poi ordinò di essere chiamato “dio”. Giunto nel tempio, immediatamente i sacerdoti salutarono Alessandro come figlio di Ammone. Egli, felice dell’adozione divina, li interrogò circa la vendetta sugli assassini del proprio padre: i sacerdoti risposero che suo padre non poteva essere ucciso né morire, e che la vendetta per il re Filippo era stata pienamente compiuta.

LATINO

Alexander ad Iovem Hammonem pergit ut oraculum consuleret et de eventu futurorum et de origine sua. Namque mater eius Olympias viro suo Philippo dixerat se non ex eo, sed ex serpente ingentis magnitudinis Alexandrum concepisse. Denique Philippus, ultimo vitae suae tempore, Alexandrum filium suum non esse palam praedicaverat. Qua ex causa uxorem repudio dimiserat. Igitur Alexander, qui cupiebat originem divinam acquirere, simul et matrem infamia liberare, legatos praemisit qui antistites subornarent; postea ille iussit se deum appellari. Postquam in templum pervenerat, statim antistites Alexandrum salutant ut Hammonis filium. Ille laetus dei adoptione, eos interrogat de ultione interfectorum parentis sui: antistites respondent patrem eius nec interfici nec mori posse, sed regis Philippi ultionem plane peractam esse.

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