Aristotele: logica, metafisica, fisica ed etica nell'ordine del sapere

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La logica

La logica

Il termine logica deriva dal greco logos, che significa ragione. È la disciplina che studia la ragione e si occupa del linguaggio perché in esso il pensiero si manifesta e diviene «visibile». Aristotele parla di analitica, intesa come scomposizione dei ragionamenti per esaminare le regole di validità. Tutti gli scritti aristotelici sono raccolti nell'Organon (strumento).

  • Singoli termini (termini senza connessione): Categorie
  • Proposizioni: Sull'Interpretazione
  • Ragionamenti: Analitici primisillogismo

Per lui, pensiero e logica si corrispondono.

Le categorie

Le categorie

I termini senza connessione possono essere classificati in dieci categorie:

  • Sostanza
  • Quantità
  • Qualità
  • Relazione
  • Luogo
  • Tempo
  • Giacere
  • Avere
  • Agire
  • Patire

Sono i predicati generali della realtà e indicano le caratteristiche reali degli enti. Sono le coordinate mentali mediante le quali pensiamo la realtà e le caratteristiche generali degli esseri reali.

I termini senza connessione non sono né veri né falsi.

Tra le diverse categorie solo quella di sostanza può costituire il soggetto, mentre tutte le altre possono essere solo predicati. Le sostanze non sono tutte dello stesso tipo: alcune possono fungere anche da predicato, altre no.

Tipi di sostanza

  • Le sostanze individuali (nomi propri): sostanze prime → solo da soggetto e mai da predicato.
  • Le sostanze generali: sostanze seconde (nomi comuni) → sia soggetto sia predicato.

Le sostanze prime sono tutte allo stesso livello.

Tra le diverse sostanze seconde c'è il rapporto di genere e specie: ogni sostanza è genere di quelle più particolari e specie rispetto a quelle più comprensive.

I giudizi

I giudizi

La connessione dei termini dà luogo a dei giudizi. La logica si occupa degli enunciati dichiarativi o assertori, cioè di quelli dei quali si può determinare la verità o la falsità mediante il confronto con il reale. Gli enunciati dichiarativi sono di diverso tipo: il giudizio può essere necessario o contingente, possibile o impossibile.

Corrispondenza tra il linguaggio e la realtà: un giudizio dichiarativo è vero quando congiunge cose che sono effettivamente congiunte nella realtà. I singoli termini non sono né veri né falsi in quanto non stabiliscono alcuna congiunzione; la verità o la falsità riguarda i giudizi → la verità è propria del linguaggio e non delle cose. La verità del linguaggio dipende dal fatto che esso corrisponda al reale.

Aristotele classifica i possibili giudizi in base a due variabili: quantità (universali o particolari) e qualità (affermativi o negativi). Combinandole si ottengono:

  • Universali affermativi
  • Particolari affermativi
  • Universali negativi
  • Particolari negativi
  • Contrarie: se una è vera l'altra è falsa; possono essere entrambe false.
  • Subcontrarie: possono essere entrambe vere ma non entrambe false.
  • Subalterne: la verità dell'universale implica la verità della particolare, ma non viceversa.
  • Contraddittorie: si escludono a vicenda; la verità dell'una implica la falsità dell'altra.

I sillogismi

I sillogismi

«Sillogismo» significa discorso, ragionamento, e designa un procedimento deduttivo mediante il quale, date determinate premesse, possiamo ricavarne una conclusione. Il corretto ragionamento permette anche di prevedere il futuro → capacità previsionale.

Sillogismo di prima figura:

    Tutti gli uomini sono mortali.
    Socrate è un uomo.
    Socrate è mortale.

Tre proposizioni: due premesse e una conclusione. Il passaggio dalle premesse alla conclusione avviene grazie al termine medio, comune alle due premesse. Il termine che ha un'estensione più ampia è detto maggiore, e la premessa in cui è inserito è la premessa maggiore; quello meno esteso è il termine minore, così come la premessa minore. La premessa maggiore è sempre posta per prima. Nella conclusione non compare il termine medio: il minore funge da soggetto, il maggiore da predicato.

Distinguere validità e verità: la logica si occupa della validità dei ragionamenti, senza preoccuparsi della loro verità.

Le figure e i modi del sillogismo

La posizione del termine medio nelle premesse consente di determinare la figura.

Il termine medio può essere:

  I figura:     SP
  II figura:    PP
  III figura:   SS
  IV figura:    PS

Prima figura: nella prima figura del sillogismo il termine medio è soggetto nella premessa maggiore e predicato nella minore.

Seconda figura: nella seconda figura il termine medio compare due volte come predicato, nella premessa maggiore e nella minore.

Terza figura: nella terza figura il termine medio compare due volte come soggetto, nella premessa maggiore e nella minore.

I modi della prima figura

Ciascuna figura del sillogismo possiede diversi modi: si tratta di varianti che mutano a seconda della forma affermativa o negativa delle premesse e della conclusione, e a seconda della loro natura universale o particolare. Aristotele cataloga ed esemplifica tutti i modi di tutte le figure del sillogismo, ma qui è sufficiente esaminare i quattro modi della prima figura, perché costituiscono le forme del sillogismo perfetto, punto di riferimento per ogni deduzione corretta.

Primo modo della prima figura: Barbara

Barbara – Nel primo modo della prima figura le due premesse sono proposizioni universali affermative, e anche la conclusione è universale affermativa. La tradizione indica questi sillogismi con il nome Barbara, dove le tre a stanno per le tre proposizioni affermative che compongono il sillogismo.

Secondo modo della prima figura: Celarent

Celarent – Nel secondo modo della prima figura la premessa maggiore è universale negativa (prima e della parola latina celarent), la premessa minore è universale affermativa (la a di celarent), e la conclusione è universale negativa (la seconda e di celarent).

Terzo modo della prima figura: Darii

Darii – Nel terzo modo della prima figura la premessa maggiore è universale affermativa (la a della parola latina Darii); la premessa minore e la conclusione sono particolari affermative (indicate con le due i di Darii).

Quarto modo della prima figura: Ferio

Ferio – Nel quarto modo della prima figura la premessa maggiore è universale negativa (indicata con la e di Ferio), la premessa minore è particolare affermativa (indicata con la i di Ferio) e la conclusione è particolare negativa (indicata con la o di Ferio).

I sillogismi dimostrativi

Sillogismi dialettici o retorici conducono a conclusioni probabili.

  • Sillogismo retorico: induttivo → entrambe le premesse sono di tipo particolare e la conclusione è universale. Da premesse particolari non è possibile dimostrare alcuna conclusione universale ma renderla più o meno probabile. Questo sillogismo è usato in un discorso che mira a persuadere, ma non può essere usato in modo dimostrativo.
  • Sillogismo dialettico (mira a persuadere): la dialettica è un discorso volto a convincere che non può dimostrare le proprie tesi ma deve argomentarle. Non fonda le premesse su verità, ma su opinioni probabili. Riguarda le scienze pratiche dove non è possibile una conoscenza scientifica certa.

Il problema delle premesse e la conoscenza scientifica

Il ragionamento deduttivo presenta dei limiti: deve partire da premesse vere ma non può dimostrarne la verità, perché dovrebbe dedurle da altre verità più generali e così via all'infinito. Se per la logica la questione della verità è marginale, per la scienza è essenziale.

La conoscenza scientifica è dimostrativa: deve cioè provare la verità delle asserzioni. Le premesse possono derivare da una dimostrazione precedente, ma prima o poi si pone la necessità di individuare proposizioni vere senza poterle dedurle da altre. Aristotele introduce due metodi: induttivo e intuitivo.

Mediante l'induzione possiamo cogliere i principi universali a partire dall'osservazione di casi particolari, ma così otteniamo proposizioni solo probabili.

Mediante l'intuizione possono essere colti principi intuendoli tramite l'intelletto. Esistono principi comuni a tutte le scienze e altri specifici di ognuna. Tra i primi: il principio di non contraddizione (è impossibile che la stessa cosa, allo stesso tempo, appartenga e non appartenga a una medesima cosa). Da esso derivano i principi di identità e del terzo escluso.

Ogni scienza deve costruire le proprie definizioni che costituiranno il punto di partenza del procedimento deduttivo. Ogni definizione deve essere costruita per genere prossimo e differenza specifica (es. «uomo»: genere prossimo animale, differenza specifica: razionale → «uomo: animale razionale»).

La metafisica

La metafisica

È definita da Aristotele come «filosofia prima» e la descrive come:

  • Scienza che considera l'essere in quanto tale;
  • Lo studio delle cause e dei principi primi;
  • La sostanza;
  • Dio e la sostanza immobile.

È quindi ontologia, cioè lo studio dell'essere; per ogni accezione dell'essere c'è una scienza che se ne occupa.

Che cos'è l'essere in quanto essere? Le cose che esistono sono esseri determinati, che possiedono delle qualità (es. le piante sono esseri viventi). Che cosa rimane se togliamo ogni determinazione? Che cosa è comune a me, al tavolo, alle piante? Aristotele enumera quattro significati del termine essere, specificando che sono diversi modi di intendere un'unica realtà:

  • Essere come accidente;
  • Essere come categorie, come sostanza (centrale);
  • Essere come vero;
  • Essere come potenza e atto.

Sostanza (ousìa) diversa da essenza (tì esti).

Il divenire e la sostanza

Pericle è sempre Pericle, sia quando è bambino sia quando è anziano. Cosa è rimasto costante in Pericle affinché abbia lo stesso nome e sia considerato lo stesso individuo? Deve esistere qualcosa che permane nel cambiamento, ma che non è visibile.

La molteplicità e l'essenza: Pericle è diverso da Alcibiade e da Temistocle, ma essi sono tutti uomini; quindi deve esistere qualcosa che è identico in ognuno di loro, al di là delle differenze apparenti.

Platone aveva risolto questi problemi con la teoria delle Idee, le quali costituiscono l'essenza trascendente degli esistenti: sono immutabili e uniche. Esse costituiscono l'essenza e non la sostanza. Platone le riconduce tutte all'imperfezione nella copia sensibile: l'imperfezione della materia produce delle irregolarità nelle copie.

Aristotele: Pericle è sempre Pericle perché, al di là dei cambiamenti visivi, c'è in lui qualcosa che permane: la sostanza (substantia «ciò che sta sotto») che non coincide con l'essenza (ciò per cui una cosa è quello che è), la quale è identificata con la forma.

Pericle è sempre Pericle perché la sostanza si conserva uguale a se stessa, ed è simile ad Alcibiade e Temistocle perché condivide con loro l'essenza.

La sostanza

La sostanza è unione di materia e forma: un sinolo di materia e forma, in cui la forma è l'elemento che dà significato generale alla sostanza.

Differenze tra la filosofia di Aristotele e quella di Platone:

  • Se gli enti hanno in sé l'essenza, possiedono la propria ragion d'essere;
  • Il mondo dell'esperienza ha una propria razionalità e può essere oggetto di conoscenza scientifica.

Non tutto ciò che esiste ha una spiegazione razionale → accidenti (symbebekòs «ciò che accade insieme»; nella Metafisica: «ciò che appartiene a una cosa e può essere affermato della cosa, ma non sempre né per lo più»). Esempio: Pericle indossa un certo vestito.

Il piano della razionalità dell'esistente è la forma, che si traduce nel concetto, ovvero la rappresentazione mentale della forma. Aristotele rifiuta la trascendenza: la forma non sta in un mondo separato ma è immanente agli enti.

Esiste una corrispondenza tra pensiero e realtà: il primo rispecchia la struttura della seconda.

Le sostanze prime sono gli individui concreti (il to de ti): l'individuale concreto non può predicarsi di alcuna cosa ed è il soggetto ultimo di ogni predicato.

Le sostanze seconde sono i generi (uomo, animale). Non esistono concretamente come entità separate, ma solo come proprietà delle sostanze prime.

Le categorie esistono unicamente come predicati delle sostanze e non di per sé: sono i predicati generalissimi della realtà che ci consentono di pensare qualcosa e di parlarne. Non possiamo pensare un uomo senza pensarlo in un luogo e in un tempo determinati, con certe qualità… al tempo stesso, l'uomo concretamente esistente deve essere in un luogo e in un tempo, ma prima di tutto deve esistere come sostanza.

La sostanza e il divenire

Aristotele distingue quattro tipi di cambiamento:

  • Locale
  • Qualitativo
  • Quantitativo
  • Sostanziale

Il divenire non è casuale, ma è sempre indirizzato verso un fine preciso. Una ghianda diviene una quercia e non potrà mai diventare un ciliegio. Il processo di trasformazione è guidato dalla forma, che plasma la materia. Una pianta di grano e una di ulivo assorbono dal terreno la stessa materia, ma in ciascuna la materia viene organizzata in modo diverso. L'individuo contiene in sé, in potenza, ciò che sarà: il divenire è il passaggio da potenza a atto.

Potenza (dynamis) è espressione della materia; l' atto (energeia) è espressione della forma. La materia è potenza perché può assumere diverse forme. Cronologicamente la potenza precede l'atto; metafisicamente, l'atto è la realtà che dà senso alla potenza. L'atto è anche chiamato entelechia (realizzazione): nell'atto la cosa raggiunge la perfezione della propria natura.

Esempi: la statua di Ermete è in potenza nel pezzo di legno da cui verrà scolpita; il vedere è in potenza in chi ha la vista ma ha gli occhi chiusi. Tale rapporto riguarda ogni forma di divenire: il bambino che diventa uomo. Nello sviluppo biologico ogni stadio è atto rispetto al precedente e potenza relativamente al successivo: il pulcino è atto rispetto all'uovo ma potenza rispetto al gallo.

Alla potenza è connessa la privazione, una mancanza che il processo tende a colmare. Il divenire ha origine dalla mancanza e si manifesta con il passaggio dalla potenza all'atto. L'atto precede la potenza dal punto di vista logico, perché per far sì che qualcosa passi dalla potenza all'atto è necessario qualcosa già in atto che guidi il processo. Dal punto di vista cronologico la potenza precede l'atto, ma ogni essere in potenza deriva da un essere in atto (es.: il seme precede la pianta di cui è potenza, ma il seme deriva da una pianta in atto).

Atto: perfezione; potenza: imperfezione.

Similarità con Platone: tendenza dell'esistente ad avvicinarsi al proprio modello.
Differenza: per Aristotele ogni esistente può realizzare la propria natura (potenza → atto); per Platone l'esistente tende alla perfezione dell'Idea senza poterla realizzare pienamente nel mondo sensibile.

La teologia: Dio come atto in atto

Bisogna ipotizzare una materia priva di qualsiasi forma e una forma priva di qualsiasi materia. Materia informe: materia prima. All'estremità opposta → forma pura priva di materia, senza potenzialità: atto puro, atto in atto. La metafisica studia anche Dio e la sostanza immobile che è l'atto in atto: immobile, priva di potenza, non soggetta al divenire. Metafisica = teologia.

L'esistenza di Dio è dimostrata dall'esistenza di sostanze eterne: il tempo. Se non fosse eterno ci sarebbe un prima del tempo e un dopo. Al tempo è connesso il movimento, il quale presuppone quindi un motore in atto che, se fosse anche in potenza, rimanderebbe ad un altro motore… per evitare il regresso all'infinito: motore primo → atto puro. Assenza di potenza e materia: mancanza di divenire → immutabile, eterno e immobile.

Come può una sostanza immobile essere causa del movimento? Come causa finale: «muove come ciò che è amato», attraendo a sé l'amante. Dio è pura intelligenza, puro pensiero. L'intelligenza è la più divina delle cose. Il pensare è l'attività migliore, alla quale l'uomo può giungere solo per periodi limitati; per Dio è condizione stabile. L'uomo pensa soggetti distinti da sé → potenzialità di conoscere. Dio (senza potenzialità) pensa l'entità perfetta: se stesso. Dio è pensiero di pensiero; pensa se stesso per tutta l'eternità; se pensasse a qualcosa di diverso da sé, il pensiero sarebbe potenzialità, ma Dio non può avere potenzialità essendo atto in atto. All'attività del pensare è connessa la beatitudine: stato permanente di Dio.

Il Dio di Aristotele è un principio cosmologico che dà ordine al mondo senza crearlo. Lo ordina come fine ultimo cui tende tutto ciò che esiste → impronta teologica nella visione del mondo. Ogni essere e l'universo tendono, in modo inconsapevole o consapevole, a Dio: «oggetto primo del desiderio e oggetto primo dell'intelligenza».

Dio è anche causa che spiega il movimento dei cieli. L'universo aristotelico è geocentrico, formato da una serie di sfere inserite l'una nell'altra e chiuse dal cielo delle stelle fisse. Dio muove il cielo, ma il movimento si trasmette tramite le sfere: ogni sfera ha un motore. Intelligenza celeste come motore di ogni sfera (aspetto politeista), ma il termine «Dio» è riservato al primo motore: monoteismo.

La fisica o scienza dell'essere in movimento

La fisica è definita come «filosofia seconda» e studia l'essere in movimento, individuandone le cause e le leggi generali.

La sapienza è «conoscere per cause» e le quattro cause sono a fondamento di ogni scienza:

  • Materiale (la materia di cui è fatto qualcosa);
  • Formale (ciò che dà ordine alla materia);
  • Efficiente (ciò che inizia il movimento);
  • Finale (il fine per cui qualcosa è fatta).

Causa finale: tutto in natura avviene per un fine; nulla è dovuto al caso. Aristotele ammette però la presenza del caso come spiegazione degli eventi accidentali.

Distingue quattro tipi di movimento:

  • Sostanziale
  • Quantitativo
  • Qualitativo
  • Locale

La spiegazione del movimento parte da quello locale.

La cosmologia

La cosmologia

La teoria dei luoghi naturali è utilizzata per spiegare la struttura dell'universo.

Ogni elemento fondamentale ha un luogo che gli è assegnato per natura. Luogo naturale della terra: in basso; dell'acqua: sopra la terra; dell'aria: sopra l'acqua; del fuoco: sopra l'aria.

Forma sferica dell'universo (la sfera è la figura perfetta).

Teoria dei luoghi naturali + sfericità del cosmo → geocentrismo: la Terra ha il suo luogo naturale in basso che coincide, in una sfera, con il centro.

Quinto elemento: etere.

Conseguenza: dualismo tra mondo terrestre e mondo celeste. Mondo terrestre: soggetto a nascita e morte; mondo celeste: perfetto e immutabile (sistema aristotelico-tolemaico).

La Terra è al centro dell'universo, circondata dalla sfera della Luna; questa è racchiusa in quella di Mercurio, poi di Venere, del Sole, di Marte, di Giove e di Saturno. La sfera delle stelle fisse chiude l'universo che è quindi finito. Movimento dei corpi celesti: ogni movimento richiede un motore in atto; ogni sfera è mossa da quella che la racchiude, fino al motore primo, non mosso da altro: Dio → immobile, muove tutto senza muoversi. Ciò è possibile perché esso muove come causa finale. Tutto l'universo tende a Dio.

Il dualismo riguarda anche il moto locale. Nel mondo celeste il moto è circolare e perfetto; nel mondo sublunare è di due tipi: naturale e violento. Moto naturale: spinge ogni corpo verso il proprio luogo naturale; moto violento: contrasta questa tendenza. Se lascio andare una pietra essa cade verso il basso; se la lancio salirà per un certo tratto finché la spinta non si esaurisce e il moto naturale torna a prevalere. I moti violenti spiegano l'imperfezione del mondo sublunare, dove gli elementi sono mescolati.

Nell'universo non esiste il vuoto. Lo spazio è il limite del corpo → non esiste uno spazio esterno all'universo poiché l'universo stesso è il contenitore di tutte le cose.

Il tempo è il numero del movimento secondo il prima e il poi. Deve essere scandito, perciò si può parlare di tempo solo se esiste un soggetto che lo scandisca, congiungendo il passato con il presente e questo con il futuro. Il tempo ha un'anima: «il prima e il poi esistono nel movimento e costituiscono il tempo. L'anima è la condizione soggettiva del tempo, mentre il divenire ne costituisce la condizione oggettiva». La scansione del tempo da parte dell'anima è possibile in quanto riflette una realtà oggettivamente data.

Anima e conoscenza

Anima e conoscenza

Negli esseri viventi la forma è l'anima, congiunta con il corpo e quindi in molti casi mortale. L'anima è il principio della vita. La concezione aristotelica supera la contrapposizione anima-corpo nei suoi significati morali: uomo = sinolo di anima e corpo → complementari, entrambi importanti per l'armonia e la realizzazione dell'individuo. L'anima è superiore al corpo, ma scompare ogni accezione negativa del corpo, delle sensazioni e delle passioni purché siano disciplinate dalla ragione.

L'anima si differenzia nei diversi esseri viventi a seconda della funzione:

  • Vegetativa: piante;
  • Sensistica: animali;
  • Razionale: uomo.

Continuità tra sensazione e intelletto. La conoscenza inizia sempre dai sensi e avviene per un duplice passaggio dalla potenza all'atto. La sensitività è potenza e diviene atto, cioè senziente, solo quando viene avvertita una sensazione. Le qualità delle cose sono sensibili e passano dalla potenza all'atto quando vengono sentite. La sensazione è incontro tra momento soggettivo e dato oggettivo.

Sensibili: i cinque sensi.

Sensibili comuni: moto o grandezza che coinvolgono diversi sensi; indica la capacità di due o più sensi di interagire tra loro.

Le sensazioni forniscono conoscenza del particolare e sono affiancate dall'immaginazione, che produce immagini generiche delle cose. Il processo di astrazione porterà alla conoscenza del concetto. L'immagine è comune anche agli animali, ma il concetto può essere conosciuto solo dall'uomo.

La conoscenza inizia dai sensi. L'intelletto consente di conoscere l'universale, cioè il concetto. Tale conoscenza avviene per astrazione. Al concetto corrisponde la forma, che è presente in ogni essere ma non è percepibile con i sensi: l'intelletto astrae la forma comune a tutti (concetto). Differisce dall'immagine, che coglie ciò che è comune esteriormente, mentre il concetto astrae l'essenza, ciò che fa di un ente quello che è.

La conoscenza intellettiva è il risultato di un duplice passaggio dalla potenza all'atto: le forme sono intellegibili e sono intese ad opera della mente, che completa il processo di astrazione arrivando alla conoscenza dell'universale.

L'intelletto è la facoltà in grado di conoscere l'universale, ma passa dalla potenza all'atto per conoscere.

  • Intelletto passivo: possibilità di conoscere i concetti;
  • Intelletto attivo: conoscenza effettiva dei concetti.

Ogni uomo conosce un numero limitato di concetti, ma avrebbe potuto conoscerne altri: il suo intelletto contiene potenzialmente tutti i concetti. I concetti che da conoscibili diventano conosciuti richiedono la presenza degli stessi concetti in atto. Il loro insieme è chiamato intelletto attivoanima immortale.

Etica

Etica

Fine delle scienze pratiche è la realizzazione della felicità; il bene dello stato garantisce la felicità di tutti.

La felicità è un concetto relativo: consiste nella realizzazione della propria natura e varia con il variare della natura stessa. Per l'uomo consiste nelle attività che realizzano al massimo grado la sua natura razionale → agire in modo virtuoso. La virtù è il fine dell'agire umano. Si distinguono due livelli di felicità:

  • Massima realizzazione dell'uomo: virtù dianoetiche → legate alla ragione;
  • Livello inferiore: virtù etiche, che tutti possono raggiungere → legate al costume: controllo delle passioni mediante la ragione.

Virtù etiche

Aristotele non considera negative le passioni, purché siano controllate dalla ragione. Le passioni diventano negative quando si traducono in eccessi, mentre il controllo della ragione garantisce la medietà. La virtù è il giusto mezzo tra due eccessi opposti: il coraggio è il giusto mezzo tra viltà e temerarietà.

Come si acquisiscono le virtù? La virtù è un modo di essere da acquisire. Si diventa virtuosi mediante l'abitudine, ripetendo comportamenti virtuosi fino a quando il comportamento diviene un modo di essere. Conoscere il bene non implica farlo: chi crede di diventare virtuoso solo facendo filosofia è come quei malati che ascoltano i medici ma non seguono le prescrizioni.

La volontà è determinata da ciò che siamo. Di fronte a una situazione qualsiasi reagiremmo secondo l'insieme delle nostre abitudini, che costituiscono il nostro carattere. La formazione di queste abitudini dipende dalla nostra volontà, dalle scelte che facciamo: siamo liberi nel senso che determiniamo le nostre abitudini e il nostro modo di essere, ma nelle situazioni specifiche la scelta è condizionata dalle abitudini che ci siamo costruiti.

Resta aperto il problema di cosa spinga un individuo a manifestare comportamenti che diventeranno virtù: si tratta di fattori esterni all'individuo, come educazione e costume, nella polis. Etica e politica sono connesse: la prima è ambito della seconda. Il costume rappresenta il punto di avvio. Per essere morali le norme devono essere interiorizzate.

Giustizia

La giustizia è la virtù etica per eccellenza perché è più direttamente legata alla polis ed è il giusto mezzo tra il fare e il ricevere ingiustizia. Si distingue tra giustizia distributiva e commutativa:

  • La giustizia distributiva riguarda il rapporto tra la società e il cittadino e stabilisce i criteri per distribuire i beni comuni: proporzione geometrica in base al merito (prefigurando il diritto pubblico).
  • La giustizia commutativa riguarda i rapporti tra privati, sia volontari sia involontari; la proporzione è aritmetica, cioè si rende ciò che è stato dato per ristabilire l'uguaglianza (prefigurando il diritto privato).

Amicizia

L'amicizia è una dimensione privata e comunitaria che permette di sviluppare la virtù e serve per raggiungere la felicità. Aristotele distingue tre generi di amicizia:

  • Opportunismo: fondata sull'utilità reciproca;
  • Piacere: amicizie passeggere, destinate a non durare; l'amico è strumento per il mio vantaggio;
  • Disinteressata: amicizia vera, duratura e stabile; sodalizio per un fine comune e miglioramento reciproco della virtù. Solo in questo caso si è amici per se stessi, considerando l'altro un fine e non un mezzo.

Virtù dianoetiche

La massima realizzazione della propria natura consiste nelle virtù che riguardano l'esercizio della ragione, ovvero le virtù dianoetiche.

Sapienza, intelligenza, scienza, arte.

L'intelligenza è la capacità di intuire i principi primi; la scienza è la capacità di svilupparli mediante il ragionamento deduttivo; la sapienza è la sintesi di queste virtù: la disposizione verso la conoscenza che include l'intuizione intellettiva e la dimostrazione deduttiva.

Distinzione tra sapienza (disposizione a conoscere) e saggezza (agire bene). Le essenze sono oggettive e costituiscono l'oggetto delle scienze teoretiche; i valori derivano dall'uomo e sono argomento delle scienze pratiche. Sapienza e saggezza sono ambiti indipendenti ed è possibile possedere l'una senza l'altra: il filosofo che ha la sapienza non è necessariamente un buon politico.

Le virtù dianoetiche si realizzano nella vita contemplativa. Poiché il pensiero è l'attività propria di Dio, la vita contemplativa avvicina l'uomo a Dio. Solo la vita contemplativa può dare all'uomo la piena felicità: è accessibile a molti ma richiede una formazione filosofica che non tutti raggiungono.

Le virtù etiche, basate sulla formazione di abitudini, nascono grazie all'educazione e si conservano per tutta la vita con l'aiuto delle buone leggi. L'etica è dunque parte della politica perché nessuno può essere felice in uno Stato ingiusto.

Voci correlate: