Cavour e il Risorgimento: Strategie Diplomatiche e Militari per l'Unificazione Italiana

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Il Piemonte Liberale e l'Ascesa di Cavour (1849-1852)

La sconfitta dei piemontesi a Novara nel 1849, che segnò la fine della Prima guerra di indipendenza, fece sì che la possibilità di realizzare un processo di unificazione dell'Italia parve ancor più allontanarsi. In tutti gli Stati italiani, ad eccezione del Piemonte, i sovrani restaurarono il proprio potere assoluto, ponendo fine all'effimera stagione delle riforme del 1846-1847 con la revoca delle Costituzioni. L’unico tra gli Stati italiani a non aderire fu il Piemonte, dove il nuovo sovrano Vittorio Emanuele II mantenne la Costituzione del regno, lo Statuto Albertino.

Il re si trovò tuttavia ben presto in contrasto con la Camera dei deputati, che si rifiutò di approvare la pace con l'Austria, ritenuta troppo onerosa. Com'era nelle sue prerogative, Vittorio Emanuele sciolse allora il Parlamento e indisse nuove elezioni, non senza aver prima rivolto agli elettori il Proclama di Moncalieri (novembre 1849), con cui li esortava a eleggere una maggioranza di orientamento moderato disposta ad accettare il trattato di pace; in caso contrario, le libertà costituzionali non sarebbero più state garantite. Alle elezioni prevalsero i moderati e si formò un nuovo governo presieduto da Massimo d'Azeglio.

La Modernizzazione dello Stato Sabaudo

Il Piemonte poté dunque proseguire lungo la strada della modernizzazione: una tappa importante fu rappresentata dalle Leggi Siccardi, approvate nel 1850, che andavano nella direzione di una laicizzazione dello Stato, ponendo forti limiti ai tradizionali privilegi della Chiesa.

Il conte Cavour si affermò come leader di un gruppo di ispirazione liberale, chiamato «Centro-destra». Nell'ottobre 1850, il capo del governo Massimo d'Azeglio lo chiamò al Ministero dell'Agricoltura, del Commercio e della Marina, conferendogli poi, l'anno seguente, anche l'incarico di Ministro delle Finanze. Nell'ambito di tali funzioni, Cavour poté iniziare il proprio programma di rilancio dell'economia piemontese, ispirato al modello inglese.

Stipulò pertanto una serie di trattati commerciali con Francia, Gran Bretagna, Belgio e Austria, in base ai quali furono ridotti i dazi doganali per agevolare il libero scambio. Nella concezione di Cavour, il liberismo economico era inscindibilmente legato all'affermazione di un liberalismo riformista che consentisse il progresso civile e sociale del paese. Queste sue posizioni, se da un lato lo allontanavano dall'ala più conservatrice della destra, dall'altro lo avvicinavano alle forze più dinamiche del regno, quella borghesia moderna rappresentata in Parlamento dalla corrente più moderata della sinistra che faceva capo a Urbano Rattazzi. Nel 1852 il re affidò l’incarico di capo del governo a Cavour.

La Questione Italiana sulla Scena Europea

La Guerra di Crimea e il Congresso di Parigi (1855-1856)

La decisione di Cavour di far partecipare il Piemonte alla Guerra di Crimea fu in un certo senso un azzardo. In un primo momento, Francia e Inghilterra avevano infatti richiesto l'appoggio dell'Austria contro la Russia, garantendola in cambio sui suoi domini italiani. Cavour dovette a quel punto superare una dura battaglia parlamentare per far accettare un impegno militare che non aveva nulla a che fare con gli interessi piemontesi. Tuttavia egli non abbandonò la propria strategia e, benché non avesse ricevuto alcuna garanzia di vantaggi futuri, nel maggio 1855 inviò in Crimea un corpo di spedizione di circa ventimila bersaglieri al comando del generale Alfonso La Marmora. Le truppe piemontesi contribuirono significativamente alla vittoria nella battaglia presso il fiume Cernaia (16 agosto 1855) che precedette di poche settimane la definitiva sconfitta della Russia.

Grazie al suo status di alleato delle potenze vincitrici, il Piemonte fu dunque ammesso a pieno titolo al Congresso di Parigi del 1856, nel quale furono stabiliti i termini della pace. Quello che in realtà premeva a Cavour era sfruttare l'occasione per segnalare ai rappresentanti delle grandi potenze (Austria compresa) lì riuniti la questione italiana. Nel corso di una seduta straordinaria appositamente indetta, egli richiamò l'attenzione sul fatto che il forte malcontento suscitato dalla presenza di truppe austriache in Italia e dal malgoverno cui erano sottoposti molti Stati italiani, in particolare nelle regioni meridionali, avrebbe potuto innescare focolai rivoluzionari in grado di espandersi poi in Europa.

A Parigi Cavour ottenne quindi il duplice risultato, sul piano diplomatico, di far diventare la questione italiana una questione europea e di rafforzare il prestigio e il ruolo egemonico della monarchia sabauda nel condurre le sorti dell'Italia.

La Crisi del Movimento Mazziniano e gli Accordi di Plombières

Giuseppe Mazzini, tenacemente convinto che la via da seguire per l'indipendenza e l'unificazione del paese fosse quella insurrezionale e non quella diplomatica, tentò di riorganizzare le fila della cospirazione, ma un nuovo moto insurrezionale da lui promosso a Milano nel 1853 fu facilmente represso dalle autorità austriache. Il fallimento di questa iniziativa indusse Mazzini a rivolgere la sua attenzione verso il Mezzogiorno. Egli si convinse, infatti, che il punto di partenza della rivoluzione nazionale potesse essere la guerra per bande. Per raggiungere tali obiettivi Mazzini fondò nel 1853 il Partito d'Azione, composto da un'élite di rivoluzionari cui era affidato il compito di preparare e dirigere la guerra per bande.

Le idee mazziniane suscitarono dibattiti e perplessità tra gli stessi esponenti democratici italiani. I teorici delle prime dottrine socialiste italiane, tra cui Giuseppe Ferrari, Giuseppe Montanelli e Carlo Pisacane, si erano convinti che fosse necessario legare maggiormente il programma di rivoluzione nazionale al riscatto delle masse popolari. Pisacane, nonostante le divergenze, insieme con Mazzini organizzò nel 1857 una spedizione a Sapri (Salerno), che può essere considerata l'ultimo tentativo insurrezionale che si concluse in un fallimento. Il movimento mazziniano e democratico italiano subì allora una dura battuta d'arresto.

Il successo di Cavour convinse molti democratici che l'unico modo possibile per conseguire l'unità e l'indipendenza nazionale fosse di affidarsi al Piemonte e alla sua monarchia. E in effetti proprio a Torino, nel 1856, nacque la Società Nazionale Italiana, presieduta da un autorevole ex repubblicano, Daniele Manin, e a cui aderì anche Giuseppe Garibaldi, con lo scopo di far convergere verso la Corona sabauda le speranze di tutti i patrioti.

L'Alleanza con la Francia

Cavour cercò di ottenere l’appoggio della Francia, ma a complicare il tutto ci fu l’attentato a Napoleone III da parte di Orsini. L'attentato fallì, ma le relazioni diplomatiche tra Parigi e Torino parvero compromesse. In realtà l'episodio servì invece a ribadire l'urgenza di trovare una soluzione alla questione italiana per la sicurezza dell'Europa. Nel luglio del 1858, Cavour e Napoleone III si incontrarono segretamente a Plombières, per mettere a punto i piani di una guerra contro l'Austria. L'assetto dell'Italia dopo la vittoria prevedeva una confederazione di quattro Stati:

  • Il Regno dell'Alta Italia;
  • Il Regno dell'Italia centrale;
  • Il Regno delle Due Sicilie sottratto ai Borbone;
  • Lo Stato della Chiesa, limitato a Roma e al Lazio.

La Francia avrebbe ottenuto dal Piemonte, come ricompensa per l'aiuto fornito, la contea di Nizza e la Savoia.

Verso la Seconda Guerra d'Indipendenza (1859-1860)

A Plombières Napoleone III aveva preteso che quella con il Piemonte fosse un'alleanza difensiva; sarebbe infatti scattata soltanto in caso di aggressione da parte dell'Austria. Ebbe inizio così una serie di mosse provocatorie nei confronti di Vienna, a cominciare dal celebre discorso pronunciato da Vittorio Emanuele II. Intanto in Piemonte fu consentito a Garibaldi di arruolare un corpo di ventimila volontari provenienti da ogni parte d'Italia, i Cacciatori delle Alpi, e di compiere esercitazioni militari al confine con la Lombardia. Il 23 aprile 1859 il Regno di Sardegna ricevette un ultimatum che intimava la smobilitazione dei volontari entro tre giorni. Cavour lo respinse e gli austriaci entrarono in Piemonte: era l'inizio della Seconda Guerra d'Indipendenza.

Le Vittorie Franco-Piemontesi e l'Armistizio di Villafranca

Come convenuto a Plombières, in aiuto delle forze sabaude giunse un esercito francese di 120.000 uomini. Sotto il comando supremo di Napoleone III, le truppe franco-piemontesi respinsero quelle austriache al di là del Ticino e le sconfissero a Magenta all'inizio di giugno; pochi giorni dopo conquistarono Milano. Proseguendo nell'avanzata verso est gli eserciti alleati giunsero fino alle porte del Quadrilatero: il 24 giugno i francesi sconfissero duramente gli austriaci nella battaglia di Solferino, mentre contemporaneamente i piemontesi ebbero la meglio nella vicina località di San Martino.

Fu una vittoria decisiva. L’andamento del conflitto aveva suscitato anche nell'Italia centrale un grande entusiasmo patriottico. I sovrani filoaustriaci si diedero alla fuga e nacquero ovunque dei governi provvisori, che espressero ai commissari regi inviati da Cavour la loro volontà di unificazione con il Piemonte.

Napoleone III si rese conto ben presto che la situazione stava volgendo a suo sfavore: il Piemonte, infatti, con le annessioni che si stavano profilando, si rivelava pericoloso per le ambizioni di egemonia francese sulla penisola italiana; inoltre l'opinione pubblica nel suo paese si stava dimostrando contraria a una guerra che aveva un alto costo umano. L'imperatore temeva anche che la prosecuzione del conflitto inducesse la Prussia a intervenire a fianco dell'Austria.

Egli pose fine alle ostilità e concordò con gli austriaci un armistizio, stipulato a Villafranca (presso Verona) l'11 luglio 1859. L'accordo prevedeva la cessione della Lombardia alla Francia, che a sua volta l’avrebbe ceduta al Piemonte. Cavour, preoccupato per la reazione dei repubblicani italiani e deluso dal fatto che Vittorio Emanuele avesse ratificato l'accordo, si dimise immediatamente e fu sostituito dal generale La Marmora.

L'Annessione dell'Italia Centrale

La causa piemontese ricevette però l'appoggio dell'Inghilterra, che vedeva con favore la possibilità che si costituisse uno Stato unitario italiano indipendente, e non vassallo dei francesi. Napoleone III finì allora per rendersi conto che sarebbe stato estremamente difficile vincere la resistenza dei governi provvisori dell'Italia centrale; inoltre, non potendo reclamare la cessione di Nizza e della Savoia avendo interrotto la guerra, il bilancio dell'operazione rischiava di essere decisamente fallimentare per la Francia. Così, quando nel gennaio del 1860 Cavour tornò al governo, ottenne dall'imperatore francese l'assenso all'annessione di Toscana ed Emilia al Regno di Sardegna, che fu sancita con due plebisciti a suffragio universale maschile (per sottolineare il peso nell'evento della volontà popolare) l'11 e il 12 marzo 1860. Subito dopo il Piemonte cedette Nizza e la Savoia alla Francia, mentre il papa Pio IX, che era stato privato di una parte significativa dei suoi territori, optò per la scomunica di tutti gli artefici di quelle annessioni.

La Spedizione dei Mille e la Formazione del Regno d’Italia

Con la fine della Seconda guerra d'indipendenza Cavour aveva raggiunto i propri obiettivi: l'estensione del Regno di Sardegna a buona parte dell’Italia centro-settentrionale e il primato politico delle forze moderate.

La Rivolta in Sicilia e l'Iniziativa Garibaldina

Ai primi di aprile del 1860, scoppiò una rivolta in Sicilia. A promuoverla furono gruppi di democratici locali, ma non mancò la partecipazione della Mafia, ugualmente desiderosa di liberare l'isola dai Borbone per rafforzare il proprio controllo. In realtà la Sicilia era già da tempo scossa da un profondo e diffuso malcontento nei confronti del dominio borbonico, ed era stata teatro di due insurrezioni. Questa volta, però, l'insurrezione scoppiata e subito repressa a Palermo si estese alle campagne; si formarono bande armate, rianimando le speranze dei democratici, a partire dallo stesso Mazzini, il quale riponeva grandi aspettative nel Mezzogiorno.

Furono queste le circostanze nelle quali alcuni democratici siciliani, tra cui Francesco Crispi e Rosolino Pilo, che erano rientrati dall'esilio per rilanciare il movimento nazionale, riuscirono a convincere Giuseppe Garibaldi a guidare una spedizione armata nell'isola. Egli proveniva dalle file mazziniane e aveva acquisito un'importante esperienza nelle tecniche di guerriglia in Sudamerica.

Garibaldi era convinto che la sua missione dovesse essere quella di esprimere e realizzare le aspirazioni nazionali del popolo italiano. In tale prospettiva, egli credeva che fosse necessario dare luogo a un sistema politico fondato sul suffragio universale, ma che si potesse ricorrere anche a una dittatura temporanea.

L'Atteggiamento del Governo Piemontese

Quanto alle autorità piemontesi, mantennero nei confronti dell'impresa garibaldina un atteggiamento di tacito consenso; fecero infatti arrivare ai volontari le armi raccolte dalla Società Nazionale e non intervennero per fermare la spedizione, ma evitarono di manifestare il loro sostegno formale. In realtà Cavour temeva che l'azione di Garibaldi potesse innescare sia una ripresa delle forze democratiche e repubblicane, sia uno scontro diplomatico con la Francia. Per il momento, il governo piemontese restò in attesa.

Lo Sbarco e la Liberazione della Sicilia

Garibaldi organizzò dunque in Liguria un corpo armato, formato da circa un migliaio di patrioti che sono passati alla storia come I Mille. Il loro numero era del tutto sproporzionato rispetto alle forze dell'esercito borbonico, ma Garibaldi era convinto che a fare la differenza sarebbe stato l'appoggio della popolazione locale.

La spedizione salpò da Quarto, nella notte tra il 5 e il 6 maggio del 1860, su due piroscafi. L'11 maggio i Mille sbarcarono a Marsala, sulla costa nord-occidentale della Sicilia, con il favore di alcune navi inglesi presenti in porto. Di qui, avanzando verso Palermo, il 14 maggio a Salemi Garibaldi proclamò di assumere la dittatura della Sicilia, ma non intendendo perdere l'appoggio piemontese, lo fece in nome di Vittorio Emanuele II.

La spedizione di Garibaldi in Sicilia si rivelò un successo: con l'aiuto dei contadini, i Mille sconfissero le truppe borboniche a Calatafimi (15 maggio), quindi puntarono su Palermo, dove con l'appoggio della popolazione liberarono la città. Con la vittoria finale nella battaglia di Milazzo (17-24 luglio) e l'arrivo a Messina (27 luglio), ottennero la liberazione completa dell'isola. Tutto avvenne tra maggio e luglio, e fu possibile grazie al fatto che per la prima volta, la popolazione aveva risposto con una massiccia mobilitazione.

La Questione Sociale e la Repressione

La partecipazione delle masse contadine all'impresa di Garibaldi rispecchiava le fortissime aspettative di riscatto sociale generate dalla sua figura. Garibaldi rispose soltanto in parte a queste attese, con l'abolizione della tassa sul macinato e la distribuzione di una parte delle terre demaniali ai contadini che avessero prestato servizio nel suo esercito; non realizzò invece l'attesa riforma agraria. Anzi, quando i contadini insorsero contro i "baroni" e occuparono le loro terre, Garibaldi ne ordinò la repressione: particolarmente duro, con arresti ed esecuzioni sommarie, fu l'intervento del suo luogotenente Nino Bixio a Bronte. Per Garibaldi la questione sociale era secondaria rispetto a quella politica dell'unità nazionale, inoltre non intendeva perdere l'appoggio dei ceti dirigenti siciliani, i quali peraltro si sentivano più garantiti dai liberali moderati piemontesi ed erano favorevoli all'annessione al Regno di Sardegna.

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