Duello Notturno e Visioni Cosmiche: Tasso, Ariosto e il Proemio di Galilei
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Torquato Tasso: Il Duello tra Clorinda e Tancredi (Gerusalemme Liberata)
Canto XII, Ottave 49-52: L'Allontanamento e l'Inseguimento
49 Resta fuori sola (Sola esclusa ne fu – il soggetto è **Clorinda**) perché nel momento in cui (in quell'ora) la porta [di Gerusalemme] si chiudeva lei si mosse e corse fuori, piena d’ira e inferocita (**ardente e incrudelita**), per punire Arimone [un guerriero cristiano] che l'aveva colpita (la percosse). Lo punì (Punillo); e il coraggioso Argante non si era ancora accorto (avisto ancora non s'era) che lei si fosse allontanata tanto (sí trascorsa), poiché la battaglia (pugna), la calca [dei soldati] e l'aria oscura [per il buio della notte e il fumo dell'incendio] toglievano agli animi (cor) e agli occhi ogni sensibilità (senso).
50 Ma dopo che [Clorinda] ebbe placato il proprio animo sfogando l’ira (intepidí la mente irata) nel sangue del nemico e tornò in sé (in sé rivenne), vide la porta chiusa e se stessa circondata (intorniata) da nemici, e si ritenne destinata a morire (**morta allor si tenne**). Tuttavia vedendo che nessuno bada a lei (ch'alcuno in lei non guata), pensa (le sovenne) ad un nuovo modo (nov'arte) di salvarsi. Si finge (s'infinge) una di loro (di lor gente) e si mescola (s'avolge) silenziosa (cheta) tra quei guerrieri sconosciuti (gli ignoti – i cristiani); e nessuno la nota (e non è chi la noti).
51 Poi, come un lupo silenzioso (come lupo tacito – similitudine) entra nel bosco (s'imbosca) dopo aver compiuto un misfatto nell'oscurità, e si allontana dalle vie battute (si desvia), così lei se ne andava (ella se 'n gía), favorita e nascosta dalla confusione e dal buio (**aura fosca**). Capita (avien) che il solo **Tancredi** la riconosca (lei conosca); egli è sopraggiunto (sorgiunto) qui poco prima, quando lei ha ucciso Arimone: l'ha vista e l'ha tenuta d'occhio (segnolla), iniziando a seguirla.
52 Vuol (il soggetto è **Tancredi**) battersi con lei (ne l'armi provarla): [in quanto] pensa (la stima) che sia un uomo con cui possa degnamente misurare il proprio valore (degno a cui sua virtú si paragone). Lei sta girando intorno alla collina montuosa (**alpestre cima** – il colle di Sion, dove sorge Gerusalemme) verso un'altra porta in cui poter entrare. Lui la insegue (segue) con impeto, per cui, molto prima di raggiungerla, succede (avien) che le sue armi risuonano (suone) in tal modo (in guisa) che lei si volta e grida: “Tu, che corri in tal modo, cosa porti?” Lui risponde: “**Guerra e morte**”.
Canto XII, Ottave 53-57: L'Inizio del Duello
53 Lei disse: “Avrai guerra e morte, non rifiuto di dartela (darlati) se la cerchi”, e attende ferma. Tancredi, che ha visto il suo nemico a piedi (pedon – senza cavallo), non vuole usare il cavallo e smonta. Ognuno impugna la spada (il ferro – metonimia) acuminata (acuto) e stimola l'orgoglio, infiamma l'ira (**aguzza l'orgoglio e l'ire accende** – chiasmo); e si scontrano (vansi a ritrovar) in modo simile a due tori, gelosi e ardenti d'ira (**duo tori gelosi e d'ira ardenti** – metafora).
54 Imprese (opre) così memorabili (sí memorande) meriterebbero (degne) di svolgersi alla luce del sole (d'un chiaro sol), in un teatro pieno [di gente] (d'un pieno teatro). O notte (invocazione alla notte), che hai richiuso nel tuo seno profondo e oscuro e nella dimenticanza (oblio) un’impresa (fatto) così grande, consenti che io te la sottragga (piacciati ch'io ne 'l tragga – **intervento diretto del poeta nella vicenda**) e la spieghi e la tramandi (mande) nello splendore luminoso ('n bel sereno) [della poesia] alle epoche future (a le future età). Possa la loro fama vivere, e insieme con la loro gloria risplenda anche il ricordo (l'alta memoria) delle tue tenebre (del fosco tuo).
55 Costoro non vogliono (voglion costor – Clorinda e Tancredi) schivare i colpi, né pararli, né ritrarsi, né in questo duello (qui) la destrezza ha una parte. Non danno i colpi **finti, pieni, scarsi** (termini tecnici dell’arte del duello): il buio [della notte] (l'ombra) e il furore [dei duellanti] non permette (toglie) di usare (l'uso) la tecnica (arte – arte del duello). Si sentono le spade urtarsi in modo orribile al centro della lama (a mezzo il ferro – metonimia), e il piede non si muove da dove ha lasciato l’orma (**il piè d'orma non parte** – non indietreggia di un passo); il piede è sempre fermo e la mano è sempre in movimento, e nessun colpo di taglio e nessun colpo di punta scende invano (in van) e a vuoto (a vòto).
56 La vergogna [per un colpo ricevuto] (L'onta) acuisce (irrita) lo sdegno per vendicarsi (a la vendetta) e la vendetta rinnova poi la vergogna; per cui al ferire e alla furia (fretta) si aggiungono sempre nuovi stimoli e nuove cause (cagion nova). Lo scontro (la pugna – latinismo) si fa di momento in momento (d'or in or) più confuso (piú si mesce) e più serrato (piú ristretta) e non serve più adoperare (oprar) la spada: si colpiscono con le impugnature (dansi co' pomi), e inferociti e crudeli (**infelloniti e crudi** – la lotta li rende dimentichi di ogni norma di cavalleria) cozzano insieme con gli elmi e gli scudi.
57 Il cavaliere stringe per tre volte [a sé] la donna con le braccia robuste, ed altrettante volte lei si scioglie (si scinge) da quelle strette vigorose (da que' nodi tenaci), che sono proprie di un nemico e non di un amante (**nodi di fer nemico e non d'amante** – antitesi). Tornano a combattere con le spade (tornano al ferro) ed entrambi le bagnano (tinge) [col sangue] di molte ferite (molte piaghe); e alla fine entrambi indietreggiano (si ritira) stanchi e stremati, e ansimano (respira) dopo una lunga fatica.
Canto XII, Ottave 58-63: La Pausa e la Ripresa Finale
58 Si guardano a vicenda e ognuno appoggia il peso del suo corpo sfinito (essangue) sull'elsa della spada. Ormai impallidisce (langue – si spegne) la luce (il raggio) dell'ultima stella [Venere], al primo albeggiare che appare a oriente (ch'è in oriente acceso). Tancredi vede che il sangue versato dal suo nemico è più abbondante (in maggior copia), mentre lui non è ferito (offeso) in modo altrettanto grave. Ne gode e ne insuperbisce. Oh quanto è folle la nostra mente, che ogni soffio di vento (aura) favorevole (di fortuna) esalta (estolle)!
59 Misero, di cosa ti rallegri (godi)? Oh, quanto saranno (fiano) tristi i tuoi trionfi (**mesti /… trionfi** – chiasmo) e quanto infelice il tuo vanto! I tuoi occhi pagheranno (sempre che sopravvivi) con un mare di pianto (**mar di pianto** – iperbole) ogni goccia di quel sangue (di quel sangue ogni stilla – anastrofe). Così, tacendo e osservandosi (rimirando), questi guerrieri insanguinati smisero di combattere (cessaro) per qualche tempo. Alla fine Tancredi ruppe il silenzio e disse, per far sì che l'altro rivelasse (scoprisse) il suo nome:
60 “Per noi è davvero una sfortuna che ci battiamo tanto valorosamente (s'impieghi tanto valor) qui, dove è coperto dal silenzio. Ma poiché avviene (vien) che una sorte crudele (rea) ci nega sia il plauso (lode) sia testimoni degni della nostra impresa (de l'opra – si riferisce al duello), io ti prego (se in una battaglia le preghiere hanno spazio) di rivelarmi (a me tu scopra) il tuo nome e la tua condizione ('l tuo stato), affinché io sappia, vinto o vincitore, chi renda onorata la mia morte o la mia vittoria”.
61 La feroce [guerriera] risponde (Risponde la feroce – apostrofe): “Inutilmente (Indarno) mi chiedi quello che per abitudine (per uso) non rivelo. Ma chiunque io sia, tu vedi di fronte a te uno dei due che ha incendiato la grande torre”. Tancredi a quelle parole arse di sdegno e riprese: “L'hai detto nel momento sbagliato;” e poi riprese “quel che dici (il tuo dir) e ciò che taci ('l tacer), o barbaro scortese, mi incitano in ugual modo (di par) alla vendetta”.
62 Nei loro cuori torna l'ira e li trasporta, anche se deboli, allo scontro. Oh che battaglia furibonda, dove (u' – sta per *ubi*, dove in latino) ogni arte [schermistica] è messa da parte (in bando), dove anche il vigore (la forza) non c’è più (è morta), e dove, invece, combatte (pugna) il furore di entrambi! Oh quale ferita (porta) sanguinante e profonda provoca (fa) l'una e l'altra spada, ovunque colpisca (giugna), nell'armatura e nelle carni! E se la vita non ne esce ancora, è lo sdegno che la tiene (tienla) unita al corpo (al petto).
63 Come il profondo (l'alto) [mar] Egeo, sebbene (perché) abbiano smesso di soffiare (cessi) l'Aquilone (vento del nord) o il Noto (vento del sud), che prima tutto lo sconvolsero (il volse) e agitarono (scosse), non si placa subito (non s'accheta ei però), ma conserva (ritien) ancora il suono e il moto delle onde grosse e agitate, così (tal), anche se manca in loro (in lor - ai due guerrieri) per il sangue versato (co 'l sangue vòto) quel vigore che mosse le braccia ai primi colpi, [essi] conservano (serbano) ancora l’ **impeto iniziale** (l'impeto primo) e, spinti da quello (da quel sospinti), vanno ad aggiungere danno a danno.
Riassunto del Duello
RIASSUNTO: Clorinda non riuscendo a rientrare a Gerusalemme cerca, per salvarsi, di confondersi tra i nemici, approfittando dell’oscurità. Tancredi ha notato questo guerriero sconosciuto e ne spia le mosse, non immaginando che possa trattarsi di **Clorinda**, la donna di cui è perdutamente innamorato. Clorinda che indossa una armatura scura, e non la sua solita armatura argentea e luccicante, cerca di defilarsi tentando di raggiungere l’altra porta di Gerusalemme ma Tancredi segue tutti i suoi spostamenti ed infine la sfida a duello.
Il combattimento tra i due si compie senza testimoni nel cuore della notte, è un duello lungo, furioso e sfibrante che diventa ad un certo punto un corpo a corpo di incredibile violenza. Tancredi ignora fino all’ultimo che il guerriero che incalza con tanto impeto è la donna amata e che ha sognato spesso di stringere tra le braccia. Il combattimento continua feroce per tutta la notte fino a che, sfiniti, i due contendenti si concedono una pausa e Tancredi domanda all’avversario il suo nome, ma Clorinda fino all’ultimo rifiuta di farsi riconoscere e si limita a rispondere orgogliosamente che è uno di quei guerrieri che hanno incendiato la torre. La risposta di Clorinda è provocatoria e Tancredi sentendola riprende con ancora maggiore ira e accanimento il duello.
Ludovico Ariosto: Astolfo sulla Luna (Orlando Furioso)
Astolfo con San Giovanni, che ha il compito di fare da guida in questo viaggio nel mondo oltremondano della luna, si accomodano sul carro guidato da quattro cavalli dal manto rosso fuoco e volano verso la sfera di fuoco che si trova tra la terra e la luna, oltrepassandola.
Giunti sulla luna Astolfo vede con stupore che la maggior parte di quel luogo ha l’aspetto di un globo d’acciaio ed è molto più grande di quanto avesse immaginato vedendola dalla terra dove sembrava un *picciol tondo*. Il mondo della luna è uno specchio rovesciato della realtà terrestre dove vi sono gli stessi elementi che ci sono sulla terra: pianure, valli, montagne, città, case, selve. La terra vista dalla luna sembra molto più piccola e quasi insignificante.
Il Vallone delle Cose Perdute
In un vallone della luna sono raccolte e ammassate tutto quanto gli uomini hanno smarrito sulla terra:
- Le ricchezze che dipendono dalla fortuna;
- La fama che dura poco;
- Le inutili suppliche e preghiere;
- I vani sospiri degli amanti;
- I regni antichi;
- Il tempo sprecato in progetti che non si realizzano mai;
- I trattati politici e di pace;
- Le protezioni dei potenti;
- Le miserie della vita di corte fatta di adulazioni e servilismo;
- Gli incarichi di potere;
- I versi poetici di adulazione;
- La bellezza delle donne;
- Il senno, ecc.
Arrivato nel vallone delle cose perdute, Astolfo trova il **senno**. Ce n’è una grande quantità, anche di persone che non diresti mai l’abbiano perduto, e inaspettatamente Astolfo trova anche il proprio. Il senno di ognuno è contenuto in un’ampolla ed ha l’aspetto di un liquido fluido (*liquor suttile*) che evapora facilmente.
Astolfo si porta al naso l’ampolla che contiene il suo senno e annusandola ritorna ad essere un uomo saggio, almeno fino a quando non commette un nuovo errore che gli toglierà di nuovo il senno. Prende poi l’ampolla di Orlando, che è l’ampolla più grande e si appresta a tornare sulla terra.
Note e Riferimenti
- All’ottava v.70, vv.5/6: e lo trovano uguale, o minor poco / di ciò ch'in questo globo si raguna – il riferimento che sembra seguire è la *Storia Naturale* di Plinio (II, 11) che attribuiva al satellite le stesse dimensioni della terra;
- All’ottava 70, v.4: come un acciar che non ha macchia alcuna – la descrizione della luna come se fosse uno specchio probabilmente deriva da Dante che la descrisse come una nube lucida, spessa, solida e pulita, / quasi adamante che lo sol ferisse (*Paradiso*, II, 32/33);
Galileo Galilei: Riassunto del Proemio (Dialogo sopra i due massimi sistemi)
Dopo la breve dedicatoria al «Serenissimo Granduca», l'opera si apre con la prefazione *Al discreto lettore*, plaudendo secondo gli obblighi diplomatici alla censura anticopernicana del 1616, quel «*salutifero editto*, che, per ovviare a' pericolosi scandoli dell'età presente, imponeva opportuno silenzio all'**opinione Pittagorica della mobilità della Terra**», una «*prudentissima determinazione*» di cui Galileo dichiarava di aver ricevuto «antecedente informazione» [VII, 29]. Giustificava poi il proprio scritto come un modo di far vedere al resto d'Europa, dove si muovevano accuse d'ignoranza alle gerarchie ecclesiastiche, che a Roma come altrove si trattavano certe materie con cognizione di causa [VII, 29-30].
Anche alla disposizione del revisore Niccolò Riccardi (direttamente sollecitata dal papa) che alla dottrina copernicana «**non mai si conceda la verità assoluta, ma solamente la ipotetica**», veniva devotamente data dignità teorica. Dopo aver illustrato i «capi principali» discussi nell'opera, Galileo concludeva riprendendo il motivo (caro ad Urbano VIII) della incertezza delle conoscenze umane, sottoposte all'incognita del libero ed onnipotente volere di Dio [VII, 30].
Riassunto del Proemio
RIASSUNTO PROEMIO GALILEI