Euripide: Vita, Opere e Tragedie Chiave

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Euripide

Secondo la traditio lampadis, Eschilo, Sofocle ed Euripide sono collegati dalla battaglia di Salamina, nel 480 a.C., in cui Eschilo ha combattuto, Sofocle ha guidato il coro che ne celebrava la vittoria ed Euripide nasce. Però sappiamo che quest’ultimo non poté nascere in quell’anno per varie ragioni cronologiche, ma probabilmente nacque, secondo quanto ci dice il Marmor Parium, intorno al 485-484 a.C. a Salamina. Euripide non era molto apprezzato, né per il suo carattere schivo, né per le sue opere, che risultavano non proprio adatte alla contemporaneità. Un’antica biografia del poeta riferisce che sarebbe figlio di una verduraia e di un bottegaio. Però sappiamo bene che era impossibile, probabilmente ciò deriva da dei fraintendimenti dovuti alle sue opere, in cui spesso la gente del popolo aveva un ruolo, mentre nei tragici precedenti non erano presenti. Un’altra curiosità che caratterizza la vita di Euripide è, per esempio, il fatto che non partecipò attivamente alla vita politica, né religiosa. Un’accusa che spesso gli veniva rivolta era quella di essere misogino, cioè di odiare le donne. Forse per uno strano scherzo del destino, mentre di tutti gli altri tragici ci sono pervenute solo 7 composizioni, di Euripide possediamo 18 tragedie: 10 ci sono state tramandate da un manoscritto degli imperatori Antinini (Alcesti, Andromaca, Ecuba, Ippolito, Medea, Oreste, Reso (opera sicuramente spuria, quindi non di Euripide), Troiane, Fenicie e Baccanti). Poi, per caso, grazie ad un ritrovamento papiraceo, che probabilmente conteneva tutte le opere di Euripide in ordine alfabetico, ci sono pervenute ulteriori opere, precisamente 10 opere in ordine alfabetico greco dalle E alla K. In questo modo l’Ecuba ci è pervenuta due volte, ecco perché in realtà noi abbiamo 10 opere in un manoscritto, altre 10 in un papiro, ma non sono 20 opere perché una si toglie perché spuria e una ci è pervenuta due volte. Noi quindi abbiamo 18 tragedie più un dramma satiresco, Ciclope.

Caratteristiche delle Opere di Euripide

Euripide è il più controverso dei tragediografi greci, perché è il più complesso. Lui stesso è un uomo controverso, per esempio spesso nelle sue opere di uno stesso personaggio vengono fornite interpretazioni diverse.

Molte sue tragedie non hanno trama contorta, che spesso ne rende difficile il suo racconto. Questa completezza ha avuto come conseguenza il fatto che in lui il prologo è di grande importanza, perché serve da spezia e fa sì che renda ai bambini che parlano lo sviluppo della narrazione. Viene prevalentemente positivo ed è recitato da un personaggio, che può anche non far parte della narrazione.

All'interno delle tragedie euripidee, la predominanza della scena è occupata dal personaggio, e ancor più spesso dall'αγών, il dibattito che c'è all'interno della scena, cioè lo scontro tra due persone che hanno posizioni diverse. Questa è una conseguenza del clima sofistico, con il predominio dell'arte della parola e chi la trova fuori posizione.

Le divinità e gli eroi di Euripide sono pezzenti, cioè eroi che sono uomini e dei che sono assimilabili agli uomini.

Un'altra cosa che fece Euripide è utilizzare nelle sue tragedie è il deus ex machina. Questo è il Dio che risolve la situazione.

Infine, Euripide più di ogni altro tragediografo ha prestato molta attenzione alla psiche femminile e ha mostrato nel bene e nel male di cosa possa essere in grado di fare una donna. Il suo rapporto con le donne e la sua concezione delle donne è problematico, ma non è più misogino di altri scrittori.

Stile

La rappresentazione realistica dei personaggi influenza anche il linguaggio, che introduce termini di uso quotidiano. Euripide si dimostra un grande poeta lirico nei canti corali. Dal punto di vista retorico, il poeta ricorre alla personificazione, alla metafora, alla similitudine e all'antitesi. Sotto il profilo metrico, sottopone il trimetro giambico a numerose variazioni in grado di riprodurre l'andamento del parlato.

Le Tragedie

Alcesti

Questa tragedia occupa il quarto posto nella trilogia comprendente Cretesi, Alcmeone in Psofide, Telefo; e per questo potrebbe essere assimilata ad un dramma satiresco.

Trama

Nel prologo (recitato appunto da Apollo) Apollo abbandona la casa di Admeto, re di Fere in Tessaglia; questo ha ottenuto dal Dio, come ricompensa per l'ospitalità offertagli, il privilegio di sfuggire alla morte, purché un altro si offra di morire al posto suo. Thanatos, personificazione della morte, viene a prendere Alcesti, moglie del re, la quale è l'unica ad aver accettato di morire per lui (grande generosità di Alcesti, contrapposta all’egoismo di Admeto e, anche, dei suoi genitori, che non vogliono morire per lui).

Successivamente Alcesti esprime ad Admeto il desiderio di non essere sostituita da una nuova moglie, e lui piangente promette solennemente.

Eracle giunge a Fere e Admeto lo accoglie, tuttavia non gli chiarisce il motivo del lutto per il quale è addolorato.

Durante il funerale vi è una lite tra Admeto e il padre, che si accusano reciprocamente di vigliaccheria. Intanto Eracle, ubriacatosi, apprende da un servo la vera identità della defunta e decide di affrontare Thanatos per restituire Alcesti ad Admeto, grato a lui per l'accoglienza avuta nel momento del suo arrivo.

Nell'esodo, compiuta l'impresa, Eracle conduce al re la donna coperta da un velo, presentandogliela come una straniera; Admeto inizialmente la respinge, volendo mantenere la parola data alla moglie; alla fine, però, accetta di scoprirne il volto e, riconosciuta la moglie, i due si ricongiungono.

Medea

In alcune versioni di questo dramma non è Medea ad uccidere i figli, ma sono i Corinzi.

Trama

Nel prologo (recitato appunto dalla nutrice) entra in scena la nutrice di Medea, la quale afferma che la sua padrona è disperata; infatti, essa è stata abbandonata da Giasone per le nuove nozze con la figlia di Creonte, re di Corinto. Dopodiché entra in scena il pedagogo con i bambini: il servo riferisce che, secondo varie voci udite, Creonte, d'accordo con Giasone, ha decretato di voler esiliare Medea e i figli. Dopodiché compare Medea che espone alle donne del coro (formato dalle donne di Corinto) i propri sentimenti; Medea prende in analisi la condizione di emarginazione delle donne, costrette a vivere in isolamento. La situazione della protagonista è ancor più critica perché ella è una straniera ed esclusa dal mondo e dalla convivenza (tra Medea e Giasone vi era un matrimonio tra un greco e una barbara). Dichiarò infine di volersi vendicare dello sposo per il tradimento subito. Poi fa il suo ingresso in scena Creonte, che impone a Medea di andare in esilio, insieme ai figli. Medea però ottiene la concessione di restare ancora un giorno. E poi spiega che questo giorno in più le serviva per realizzare la sua vendetta. Poi entra in scena Giasone, che rimprovera a Medea di essere la causa del suo male. Egli è disposto a provvedere al mantenimento della donna e dei figli durante l'esilio. Successivamente arriva il re di Atene Egeo, di ritorno dall'oracolo di Febo, dove si era recato per apprendere come potesse procreare dei figli; Medea gli confidò i suoi segreti e, assicurandogli che in futuro avrà i figli che desidera, ottiene dal re la promessa di fornirle ospitalità nel suo paese. Medea allora espone al coro il suo piano: ella intende mandare a chiamare Giasone, in seguito, per mezzo dei figli, invierà dei doni avvelenati alla nuova sposa, e insieme con lei morirà chiunque la tocchi. Quanto a lei, ucciderà i propri figli per punire nel modo più crudele Giasone. Allora Medea, fingendosi pentita, dichiara a Giasone di voler offrire dei doni alla giovane sposa.

Il pedagogo dei bambini conduce i figli alla madre e le annuncia che la sposa ha accolto i suoi doni. Medea intanto è incerta se uccidere i figli oppure no, alla fine però decide di procedere con il delitto. Giunge poi un servo di Giasone, che annuncia la morte della principessa e del padre. La ragazza infatti era morta in preda a dolori provocati dai veleni e con lei era morto pure il padre, nel tentativo di soccorrerla. Nella seconda parte, le grida dei bambini che tentano di sfuggire alla madre si alternano alle voci del coro che vorrebbero soccorrerli.

Nell’esodo entra in scena Giasone, la cui sua unica preoccupazione è quella di preservare i figli da una possibile vendetta dei parenti di Creonte. Il coro però lo informa della realtà dei fatti. Così l'eroe assiste imponente alla fuga della donna insieme ai cadaveri dei figli nel carro del Sole (suo padre) tirato dai dragoni alati.

Ippolito

Il titolo esatto di questo dramma in realtà è Ippolito coronato; i filologi alessandrini vollero distinguerlo da una precedente versione intitolata Ippolito velato, che aveva scandalizzato il pubblico, in quanto, in tale versione, Fedra confessava apertamente il suo amore impossibile per il figliastro.

Nei rifacimenti successivi questa tragedia assume il titolo di Fedra, perché nella tragedia occupa il ruolo centrale.

Ci sono due versioni di questo dramma: una è quella in cui è la nutrice a raccontare la verità a Ippolito; l’altra in cui a raccontare la verità a Ippolito è proprio Fedra.

Perché Fedra accusa Ippolito di una colpa che non ha commesso?

  • Per vendicarsi
  • Per salvare la propria reputazione dopo la sua morte
  • Per presentarsi come una vittima anziché colpevole
  • Perché vuole “rendere reale” ciò che lei desiderava, quindi avere un rapporto con Ippolito

Trama (coro formato dalle donne di Trezene)

Nel prologo (recitato appunto da Afrodite) Afrodite si lamenta di essere trascurata da Ippolito, figlio di Teseo e Antiope, il quale si dedica esclusivamente al culto di Artemide; quindi rifiuta l’amore e si dedica solo alla caccia. Afrodite allora decide di punirlo, trasmettendo in Fedra, la sua matrigna, una passione amorosa per lui.

Fedra, dopo essere tornata lucida dopo un momento di delirio, confessa alla nutrice il suo amore per Ippolito.

Allora la nutrice (rappresenta la mentalità schietta del popolo), pensando di aiutare la sua padrona, racconta tutto a Ippolito (oppure con la seconda versione è Fedra a raccontare tutto), che però, scandalizzato, maledice Fedra e afferma che quando suo padre tornerà gli racconterà tutto. Fedra, disperata, si impicca; però prima scrive una lettera in cui accusa Ippolito di averla violentata.

Teseo torna a Trezene, legge il messaggio di Fedra, e senza neanche lasciar spiegare suo figlio, inveisce contro di lui e invoca la punizione di Poseidone (Teseo aveva un debito di riconoscenza con il Dio del mare).

Dopodiché un messaggero racconta che, mentre Ippolito lasciava la città, un toro uscito dal mare ha spaventato i cavalli che trasportavano il suo carro, che, ribaltandosi, ha travolto in pieno Ippolito.

Nell’esodo Ippolito muore tra le braccia di Teseo, disperato e venuto a sapere la verità da Artemide.

Baccanti

Le Baccanti furono forse l’ultima opera di Euripide, realizzata in Macedonia, a Pella, alla corte del re Archelao. In questa regione erano molto diffusi i riti di Dioniso; inoltre vicina c’era la Tracia, dove nasceva la religione bacchica.

I riti dionisiaci

I riti dionisiaci erano al centro della tragedia, infatti il protagonista era Dioniso, noi sappiamo che è lui, lui stesso si comporta da Dioniso, ma parla di lui in 3° persona. Tali riti erano diversi rispetto alla comune mentalità religiosa greca:

  • Erano compiuti a contatto con la natura e non nei templi
  • I fedeli marciano verso luoghi isolati
  • I seguaci del dio erano “posseduti” da lui
  • La marcia era accompagnata dal suono di strumenti rumorosi ed era scomposta
  • Il rito finiva con il sacrificio di un animale, fatto a pezzi e divorato crudo
  • Il culto era attuato soprattutto dalle donne, dette “menadi” o Baccanti

Su questa tragedia vi è il problema, se Euripide intendeva:

  • Rappresentare i riti crudeli di un dio ingiusto
  • Condannare la cattiveria di chi si oppone alle divinità

Dunque sono due le possibili chiavi di lettura di questa tragedia:

  • Il dramma evidenzia a quali sventure può portare la passione religiosa, quindi si conferma il “razionalismo” di Euripide
  • Il dramma attesta una “conversione” di Euripide, maturata nel suo esilio in Macedonia

Trama

Dioniso (recita il prologo ed è anche il protagonista), figlio di Zeus e Semele, giunge a Tebe sotto delle sembianze mortali false; lui vuole punire le sorelle di Seleme, per non averle creduto riguardo all’identità del padre di Dioniso. Dioniso, dopo essere entrato nella mente di tutte le donne di Tebe, le manda sul monte Citerone a celebrare i suoi riti. Dioniso vuole punire anche suo cugino Penteo, figlio di Agave, perché si oppone al culto bacchico. Dunque il Dio esorta le Baccanti (formano il coro) a raggiungere il palazzo del re.

L’indovino Tiresia e il vecchio re di Tebe Cadmo, padre di Semele, sono propensi ad accogliere Dioniso e vogliono salire sul monte per celebrare i suoi riti. Penteo, invece, è contrario a tutto ciò, e cerca di recuperare le donne salite sul monte, che sono guidate da uno straniero (Dioniso), di cui non conosce l’identità, e manda le sue guardie a catturarlo.

Allora le guardie portano lo straniero da Penteo, che lo interroga, però lui risponde in modo beffardo, facendo infuriare Penteo, che lo manda nelle segrete.

Dioniso, con un terremoto, fa crollare il palazzo e si libera. Dopo, un messaggero, tornato dal monte, racconta le imprese delle Baccanti. Allora Dioniso, entrato nella mente di Penteo, lo invoglia a travestirsi da donna e raggiungere le altre sul monte Citerone.

Successivamente un altro messaggero racconta la morte di Penteo: le donne sul monte, scambiandolo per un leone, si sono avventate su di lui e lo hanno preso come sacrificio, facendolo a pezzi e mangiandolo crudo. A tutto ciò partecipa soprattutto Agave.

Nell’esodo Agave, scende dal monte, e mostra al padre la testa di Penteo come un trofeo. Cadmo la riporta alla ragione e si disperano insieme. Nella parte finale Dioniso condanna Agave e le sorelle all’esilio.

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