Evoluzione della Lingua Italiana: Dal Dopoguerra ai Giorni Nostri
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1. La situazione linguistica in Italia nel secondo dopoguerra (italiano antico / italiano moderno)
Alcuni fenomeni sociali e culturali hanno modificato la situazione linguistica italiana: l'urbanizzazione e le migrazioni interne, il servizio di leva obbligatorio – loro mettono in contatto gruppi di parlanti di provenienza diversa, il progresso dell'istruzione – crescita culturale che è prodotta dall'alfabetizzazione. La diffusione dei mass media – per molti anni c'è stata solo una rete nazionale. L'alfabetizzazione ha portato quasi ovunque al superamento della totale diglossia tra lingua e dialetto che era tipica del periodo precedente. Un po' alla volta l'italiano ha smesso di essere solo la lingua della tradizione letteraria. La spinta più potente è stata il diffondersi della radio e della TV. Tra l'italiano antico e l'italiano moderno esistono differenze sul piano della sintassi e nella semantica lessicale. Si possono considerare due fasi storiche di una stessa lingua.
2. L'italiano e la sua diffusione – I dialetti italiani – L'unificazione politica e linguistica
Fuori dai confini politici dell'Italia, l'italiano si parla come lingua ufficiale nella Repubblica di San Marino, nella Città del Vaticano e nella Svizzera Italiana. Si parla anche in paesi territorialmente vicini all'Italia: in Corsica, in Istria e nelle città della costa dalmata, a Malta e in Albania. L'italiano convive da secoli con la ricchezza e la varietà dei dialetti nel parlato e nello scritto. Oggi molti italiani alternano lingua e dialetto in un rapporto di diglossia, cioè scelgono l'uno o l'altro codice a seconda della situazione comunicativa. I dialetti sono suddivisi in dialetti settentrionali nelle zone a nord della linea La Spezia-Rimini, e in dialetti centromeridionali, parlati a sud di questa linea. I dialetti settentrionali si dividono in: gallo-italici, dialetti veneti e dialetti istriani. I dialetti centromeridionali si dividono in: toscani, dialetti corsi, dialetti mediani, dialetti alto-meridionali e dialetti meridionali estremi. A causa dell'assenza in epoca moderna di una monarchia nazionale accentratrice, fu la letteratura alla base dell'unificazione linguistica. L'italiano deriva dal fiorentino del Trecento. L'uso di questa lingua rimase per secoli legato allo scritto. Fino all'unificazione nazionale nel 1861 erano ben poche le persone capaci di servirsene nello scritto e nel parlato. La progressiva alfabetizzazione legata all'obbligo scolastico, l'emigrazione esterna ed interna, l'urbanizzazione, le mutate condizioni sociali e lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa hanno permesso all'italiano di ampliare i propri ambiti d'uso e di togliere spazio ai dialetti, diventando finalmente una lingua madre.
3. L'italiano standard – L'italiano dell'uso medio – L'italiano popolare
L'italiano standard è una lingua scritta o parlata molto formale, una lingua comune, un modello di riferimento e un concetto convenzionale. Ha una norma ancorata alla tradizione letteraria. L'italiano standard non si realizza nel parlato delle persone colte. La norma dell'italiano è molto stabile.
L'italiano dell'uso medio – L'italiano ha cominciato a essere usato sempre più diffusamente in situazioni comunicative e ha subito un'evoluzione naturale – è diventato una lingua d'uso della maggior parte della popolazione (si è passati dalla situazione di diglossia a quella di bilinguismo). Questo nuovo italiano nasce negli usi parlati e nelle scritture informali. Nello scritto non sono presenti tutti i fenomeni distintivi dell'uso medio come sono presenti nel parlato. Non è una varietà omogenea nella prosodia, nella fonologia e nel lessico. Morfologia e sintassi sono omogenee. Lepschy afferma che è necessario definire lo standard in modo nuovo.
L'italiano popolare – La varietà tipica dei semicolti, molto marcata regionalmente, è una sottospecie dell'italiano regionale, parlanti di basso grado di istruzione (scritto e parlato) fra i dialetti e la lingua. È caratterizzato da fenomeni di precarietà a livello fonetico, morfosintattico e lessicale. È presente la mancanza di percezione dei confini delle parole, con frequenti univerbazioni e con alcune improprie segmentazioni. La difficoltà nella resa delle doppie (tutta la terra), le ridondanze pronominali (a me mi), le concordanze logiche (nessuni), l'analogia delle forme verbali (potiamo), avere prevale su essere (abbiamo venuto), le strutture a cornice, la sequenza cognome-nome.
4. Alcuni tratti dell'italiano dell'uso medio
- Lui, lei, loro sono usati come soggetti.
- Diffusione delle forme 'sto, 'sta.
- Costrutti ridondanti (a me mi).
- Ci con il verbo avere e altri verbi (che c'hai?).
- Uso del partitivo dopo preposizione – con delle amiche.
- Che polivalente con valore temporale/finale/consecutivo.
- Costrutti marcati; dislocazione a destra o sinistra – Lo vuoi il caffè?
- Frasi scisse – la prima parte mette in rilievo l'informazione nuova – È questa musica che...
- Accordo a senso fra soggetti collettivi e verbi al plurale - Mancano una serie di dati.
5. La posizione dell'aggettivo
L'italiano non ha una posizione fissa per l'aggettivo, può precedere e seguire il sostantivo. In alcuni casi il significato cambia (un alto uomo, un uomo alto). Vanno preposti quelli che hanno valore qualificativo (belle, lunghe…) e posposti quelli che restringono l'insieme indicato dal nome (inglese, fissi, slave). I qualificativi possono essere dislocati dopo il nome, i restrittivi non possono essere spostati a sinistra. I qualificativi possono passare al grado superlativo, i restrittivi no.
6. Pronome relativo (che polivalente)
Si è molto diffusa la tendenza di estendere l'uso del che, con significato generico, e come introduttore di subordinate. Si associa qui inoltre all'indicativo. Definito così per le sue innumerevoli funzioni. Usato con valore temporale, finale, consecutivo. Caratteristico dell'italiano parlato/dell'uso medio.
7. L'uso di ne; l'uso di ci
NE – Deriva dall'avverbio di luogo latino INDE (da qui, da lì), come pronome sostituisce: di lui/lei/loro/questo, da lui/lei/loro. La particella diventa enclitica quando accompagna un verbo di moto non finito. Il problema è l'uso pleonastico, ridondante.
CI – può avere diverse funzioni:
- complemento indiretto (con lui, su di lui);
- pronome dimostrativo (a/in/su ciò, questo);
- avverbio di luogo (qui, lì);
- pronome personale (noi, a noi) *1a persona pl.;
- con valore rafforzativo (volerci, metterci, starci).
8. Dove va l'italiano: egli o lui; l'elisione o il troncamento; l'accento
L'italiano dell'uso medio è la varietà emergente della lingua contemporanea e l'italiano 'neostandard'. Alcuni tratti linguistici tramontano e altri si impongono come norma, ossia si hanno dei processi di ristandardizzazione.
- (soggetti personali, animali = esso) Lui come soggetto di 3a persona maschile ha cominciato a imporsi grazie a Manzoni, nel parlato si usa quasi esclusivamente lui/lei. Lui è obbligatorio quando il soggetto è proposto, dopo come/quanto, nelle espressioni che sostituiscono un'intera frase, quando ha una funzione predicativa (se io fossi lui).
- Quando una parola termina per vocale non accentata e la successiva inizia con vocale, la prima può subire l'elisione (segnalata con apostrofo). In molti casi non è obbligatoria, si elidono gli articoli lo e la, le preposizioni articolate, gli davanti a parole che iniziano per –i, l'articolo una, i dimostrativi questo e quello, la preposizione di, l'avverbio/pronome ci davanti a e, i. Si parla di troncamento quando cade la vocale/sillaba finale davanti alle consonanti l, m, n, r (signor, amor, …).
- L'uso corrente è di segnare l'accento grafico solo sulle parole tronche (città). Serve come elemento di distinzione fra le parole che hanno lo stesso suono (monosillabi; Si – pronome / sì – avverbio, lì – avverbio / li – pronome, e – congiunzione / è – verbo…). Sulla parola di uso più comune non va l'accento. Blu, tre ma rossoblù, trentatré. È – grave [è], acuto [é]. Ciò, può, già portano l'accento.
9. Onomastica italiana (toponimi, nomi di persona, ipocoristici, soprannomi, cognomi, marchionimi)
L'onomastica italiana è formata e stabilizzata nel corso dei secoli e si è alimentata da lingue diverse (greco, latino, ebraico, francese, spagnolo ecc.). Inizialmente è semanticamente motivata: i nomi derivano da nomi comuni (significano qualcosa) Paolo – PAULUM – piccolo.
La toponomastica italiana
È costituita da un sostrato prelativo, da una forte componente latina e neolatina, da elementi germanici, arabi, ecc. I nomi dei fiumi, dei laghi, dei centri esistenti in epoca romana hanno in genere subito le stesse trasformazioni che hanno portato dal latino all'italiano (PISAS > Pisa, BENONAM > Bologna, BENEVENTUM > Benevento). I nomi dei centri sorti in età medievale e moderna sono stati ottenuti attraverso la composizione, il primo elemento del toponimo è un nome comune riferito a una particolarità e poi una specificazione individuante (Città di Castello, Castelvecchio, Portofino). Lo stesso vale per monti, laghi ecc. (meccanismo usato in epoca postunitaria) – Regno di Calabria, Ascoli Piceno – aggiunti nuovi elementi con la determinazione geografica. Agiotoponimi (prendono nome da un santo) – Santa Marinella, Sanremo. Suffissi usati tipicamente nella toponomastica: -enza, -eto, -ano, -engo, -ia (Cosenza, Loreto, Fabriano, Marengo, Imperia).
I nomi di persona
È il settore esposto a influssi esterni, le convinzioni religiose, fenomeni sociali, la moda, la tradizione ecc. I nomi maschili finiscono in –o, -a, -e, -i; quelli femminili finiscono in –a, -e (Adele, Matilde), -i, -o (Noemi, Consuelo). Rari sono i nomi con l'accento sulla vocale finale. Mozione – passaggio di un nome da un genere all'altro. Nomi greci, storici e mitologici – Diana, Alessandro, Filippo. Nomi entrati da nomi comuni (Stella), da aggettivi (Chiara), da luoghi (Italia), col cristianesimo (Maria, Pietro). Oggi l'italianizzazione appare limitata ai nomi regnanti (Elisabetta), altrimenti il nome straniero rimane nella lingua d'origine, come il cognome.
Ipocoristici (nomi accorciati)
Molti nomi polisillabi si riducono a bisillabi accentati sulla penultima sillaba. Gli accorciamenti tradizionali contengono solo la parte finale del nome (Rita < Margherita). Abbiamo i fenomeni di variazione della consonante iniziale, come la ricomparsa dell'iniziale del nome (Bice < Beatrice) o la replica della consonante interna (Peppe < Giuseppe). Ruolo importante ha l'elemento geografico-dialettale (Totò = Antonio/Salvatore). Gli accorciamenti bisillabi troncano la parte finale (Simo < Simone). L'influsso dell'inglese – Alex, Max, Tom.
I soprannomi
Dai soprannomi di famiglia sono derivati i cognomi, individuano comportamenti, difetti, caratteristiche e particolarità dei soprannominati o ricordano eventi della loro vita (origine, professione, …). Il soprannome spesso fa riferimento a nomi comuni o aggettivi. È frequente l'uso di deverbali maschili in –a (Il Mangia < mangione).
I cognomi
Stabilizzati in epoca moderna, discendono dall'appellativo di un capofamiglia, indicati con proprio nome di battesimo con ipocoristici, soprannomi, dati in base a caratterizzazioni fisiche o alla professione o alla località di provenienza o lavoro. L'origine è per lo più maschile (in -o e –i). Ci sono tipi:
- costituito da un nome proprio maschile (Vitale, Romeo, D'Angelo);
- formato da soprannomi – aggettivo (Rossi), nome (Volpe), aggettivo + nome (Buonuomo), verbo + nome (Tagliabue);
- derivati da toponimi (Messina);
- riferimento al mestiere del capofamiglia (Ferrari, Maestri, Pane).
I marchionimi
Sono i nomi di prodotti commerciali. Il passaggio da nome proprio a nome comune è diffusissimo. La progressiva globalizzazione ha diffuso nomi di marca d'uso internazionale, possono essere adattati foneticamente (Colgate) o no (Dove). Nomi ibridi – inglese + suffisso italiano –ella. Automobili – nomi femminili (Giulietta, Mercedes, Clio).
10. L'italiano parlato (le caratteristiche e gli aspetti) e le sue sottocategorie
Le differenze tra l'italiano scritto e l'italiano parlato concernono la maggiore o minore frequenza di certi tratti piuttosto che l'esistenza di 'regole' davvero diverse. Molti tratti che sono stati additati come tipici dell'uso medio o del neostandard compaiono prevalentemente nei testi parlati. Caratteristiche fonetiche – La presenza della comunicazione non verbale (volume, tono, ritmo, intonazione), aferesi (caduta ad inizio), lo iato tende a trasformarsi in dittongo, le apocopi sillabiche, riduzioni della parola, metatesi (aeroplano, metereologia, psicologo). Morfologia - Frequenza dei pronomi (io sto bene), i dimostrativi usati con valore degli articoli (questo libro qui), riduzione nell'uso dei modi e dei tempi, specialmente il congiuntivo. La sintassi – Dislocazioni a destra/sinistra, l'anticipazione clitica di un pronome tonico, la frase scissa, struttura a cornice, accordo a senso, frasi sospese, autocorrezioni, che polivalente. La testualità del parlato – frammentarietà formale o tematica, deittici (allora, ecco, dunque), connettivi. Il lessico – abbastanza ridotto, ripetizioni degli stessi termini, perifrasi (quello dell'acqua 'l'idraulico'), l'alterazione, termini disfemici (sfera sessuale – cazzo).
L'italiano regionale
Varietà di italiano parlato in una determinata area geografica, che denota caratteristiche in grado di differenziarla sia dalle varietà usate in altre zone, sia dall'italiano standard. Nato dall'incontro della lingua nazionale con il dialetto = una sorta di interlingua.
Code switching
Il parlante alterna consapevolmente i due codici (lingua/dialetto) passando dall'uno all'altro.
Code mixing
La mescolanza tra i due codici non è intenzionale ma è dovuta a incertezze del parlante.
Il parlato giovanile
Varietà diafasica, un registro usato in situazioni comunicative informali e prevalentemente orali. Studiato dal punto di vista del lessico (formazione delle parole). Ogni generazione tende a differenziarsi da quella precedente, la base del linguaggio giovanile è l'italiano colloquiale e informale che consiste di uno strato dialettale, gergale, lingua della pubblicità e dei mass media.
11. L'italiano trasmesso (le caratteristiche delle sue varietà parlate e scritte)
Parlato trasmesso – I mezzi di trasmissione a distanza hanno favorito l'unificazione nazionale sul piano dell'uso linguistico orale. Un ruolo unificante è stato svolto dalla radio, TV, cinema, telefono - il risultato è la ricerca di una pronuncia più corretta.
Scritto trasmesso – Lo sviluppo dei siti Internet, posta elettronica, chat line e dei SMS hanno rilanciato anche la lingua scritta. Nel trasmesso i testi tendono alla brevità o a semplificarsi, ne consegue l'abbandono o la riduzione delle strutture subordinate. La possibilità di correggere il testo non è sempre possibile, a causa della velocità di comunicazione.
12. L'italiano nelle varie sue forme scritte (letteratura, giornali, burocrazia, l'italiano dei semicolti)
Letteratura
La punteggiatura tende a riprodurre le pause e la prosodia del parlato. I segni di interpunzione creano gli effetti di ellissi e di messa in rilievo. La narrativa tende a superare i confini tra discorso diretto/indiretto/indiretto libero. Abbandono di metafore, metonimie ecc. La letteratura ha progressivamente perduto la sua funzione modelizzante e dall'altra parte ha seguito filoni diversi, aprendosi al parlato.
Giornali
Lo stile nominale nei titoli, che sono ricchi di giochi di parole e allusioni a titoli di film/canzoni, l'uso di parole stereotipate e di neologismi. Il ricorso a metafore e metonimie. L'uso di derivati e composti. Sono la fonte di diffusione delle terminologie dei vari linguaggi settoriali. L'assenza di una distinzione tra notizia e commento.
Burocrazia
I testi sono oscuri e ambigui, la sintassi è molto elaborata, frequenti sono le inversioni, la subordinazione, le perifrasi, le nominalizzazioni e le locuzioni preposizionali, esiste la presenza delle parole astratte, iperonimi e tecnicismi.
Semicolti
(Vedi italiano popolare, punto 3)