Evoluzione del Pensiero Economico: Dalla Rivoluzione Keynesiana al Monetarismo

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La Rivoluzione Keynesiana: Origine e Contesto Storico

La rivoluzione keynesiana nasce negli anni ’30 in risposta alla Grande Depressione. Si basa sull’opera fondamentale di John Maynard Keynes, "Teoria Generale dell’Occupazione, dell’Interesse e della Moneta" (1936).

Keynes spiegava la crisi del 1929 come l'effetto di una drastica caduta della domanda di investimenti privati, mettendo profondamente in discussione il principio dell’autoregolazione dei mercati.

Concetti chiave della teoria

  • Instabilità dell’economia: dovuta a comportamenti incerti e imprevedibili degli agenti economici (i cosiddetti animal spirits).
  • Rigidità nominali: salari e prezzi non si adattano facilmente al ribasso, ostacolando l’aggiustamento spontaneo del mercato del lavoro.
  • Mancata piena occupazione: di conseguenza, i mercati non garantiscono spontaneamente la piena occupazione delle risorse.

Ruolo dell’intervento pubblico

Secondo la visione keynesiana, il settore pubblico deve intervenire attivamente per:

  • Stabilizzare il ciclo economico.
  • Promuovere la piena occupazione, il reddito, la domanda aggregata e la produzione.

Le politiche keynesiane sono caratterizzate dall'essere discrezionali e di breve periodo, piuttosto che basate su automatismi.

Approccio operativo e strumenti

L'approccio prevede l'utilizzo di disavanzi pubblici in fasi di recessione (stimolo fiscale) e avanzi in fasi di espansione (consolidamento). Alcuni sostenitori del keynesismo promuovevano il fine-tuning: ovvero aggiustamenti frequenti delle politiche economiche per rispondere tempestivamente anche a piccoli shock.

Limiti e consapevolezze del modello

È importante sottolineare che i keynesiani non sostengono disavanzi pubblici permanenti, ma mirano a un equilibrio fiscale calcolato sull'intero ciclo economico. Riconoscono inoltre il trade-off tra occupazione e inflazione, accettando la validità della curva di Phillips, che rappresenta la scelta politica tra una maggiore occupazione o una superiore stabilità dei prezzi.

La Sintesi Neoclassica

Nel 1937, J.R. Hicks propose una reinterpretazione delle idee di Keynes, operando una sintesi fra la teoria neoclassica e quella keynesiana per renderle compatibili. Questa evoluzione, successivamente formalizzata nel modello IS-LM, ha costituito l’architettura di base della macroeconomia moderna per oltre vent'anni.

Negli anni ’60, i termini "macroeconomia" ed "economia keynesiana" erano considerati praticamente sinonimi. Il modello dominante era quello della domanda e offerta aggregata (AD-AS), derivato dal modello IS-LM, con il trade-off tra disoccupazione e inflazione descritto dalla Curva di Phillips.

Si riteneva che il sistema economico rispondesse a:

  • Logiche keynesiane nel breve periodo.
  • Logiche neoclassiche nel lungo periodo.

La sintesi neoclassica ha confermato la necessità di politiche di stabilizzazione a causa della lentezza dei processi di aggiustamento e della presenza di rigidità nominali e reali.

I Monetaristi e la Critica a Keynes

I monetaristi, guidati da Milton Friedman e Edmund Phelps, criticarono duramente le politiche di stabilizzazione keynesiane, specialmente tra gli anni ’70 e ’80. Essi negarono l’esistenza di un trade-off stabile tra disoccupazione e inflazione.

Introducendo il concetto di “aspettative adattive”, sostennero che nel medio periodo l’inflazione è determinata unicamente dalla crescita della quantità di moneta, rendendola indipendente dal tasso di disoccupazione. Secondo questa visione:

  • Il sistema capitalistico tende naturalmente all’equilibrio e alla piena occupazione senza necessità di interventi pubblici.
  • La politica monetaria ha effetti solo temporanei sulle variabili reali e si associa principalmente all’inflazione (neutralità della moneta).

Friedman criticò l’efficacia degli interventi discrezionali a causa dei ritardi interni (tempo necessario per decidere) ed esterni (tempo necessario affinché le misure producano effetti), che rischiano di accentuare l'instabilità anziché ridurla.

Rileggendo la crisi del 1929, Friedman la attribuì a gravi errori nella gestione della politica monetaria, proponendo un approccio basato su politiche economiche passive e sull’affidamento agli stabilizzatori automatici, come il sistema fiscale e i sussidi di disoccupazione.

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