Lazarillo e la salsiccia: episodio picaresco a Escalona
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Episodio della salsiccia
Eravamo in una locanda a Escalona e il mio padrone mi diede un pezzo di salsiccia come premio. Dopo averlo mangiato, mi ordinò di andare alla taverna a comprare del vino. Accadde che nel piatto fosse rimasta una rapa — qualcuno l'aveva gettata, convinto che non fosse adatta al pasto. Poiché in quel momento non c'era nessuno e restavamo soltanto io e il cieco, sentii l'odore salato del salame e, in un moto d'ingordigia, presi la salsiccia e misi le rape sulla griglia. Andai a prendere il vino e, al mio ritorno, vidi il cieco che teneva tra due fette di pane quella rapa che credeva fosse la salsiccia, senza accorgersi di averla toccata con le mani.
Quando morse il pane, invece di morder la salsiccia, i suoi denti trovarono la rapa dura. Rimase sconcertato e disse: — Che cos'è questo, Lazarillo?
«Infelice me», risposi. «Sono andato a prendere il vino e non so nulla. Qualcuno dev'essere intervenuto.»
«Non è possibile», replicò, «perché ho tenuto lo spiedo in mano per tutto il tempo.»
Giurai e spergiurai che non sapevo nulla, ma il cieco, astuto, mi afferrò per la testa e cominciò a fiutarla con entrambe le mani; io aprii la bocca più del solito e la parte inferiore del suo lungo naso appuntito, colpita dalla rabbia che cresceva in lui, finì per toccare la mia gola. Provai paura: la salsiccia, risalita involontariamente, tornò al suo proprietario. Prima che potessi riprenderla, mentre il mio inganno veniva alla luce, la salsiccia, male avvolta in uno strofinaccio scuro, finì per colpire in faccia il non vedente.
Avrei preferito essere sepolto in quel momento: subii tutta l'ira del mio padrone; se qualcuno fosse intervenuto, credo sarebbe stato peggio. Quando mi afferrò, mi strappò molti capelli e mi graffiò il viso e il collo. Il cieco poi raccontò a tutti i presenti i miei trucchi — come quello della fiasca, dell'uva e quanto aveva a che fare con la salsiccia — e tutti risero così tanto che la gente del paese venne a vedere lo spettacolo. Il cieco dominava la scena con tanta disinvoltura e fascino che, sebbene fossi ferito e piangessi, lui rideva di me invece di provare pietà. Mi pentii di essere stato vigliacco e di non avergli staccato il naso, cosa che avrei potuto fare con un solo morso quando lo avevo in bocca. Forse se mi avessero chiesto il pezzo di naso che mancava, non sarei tornato, dato che la salsiccia sarebbe stata considerata colpa sua.
La gente cercò di far pace e mi lavarono le ferite col vino. Il cieco, che non perdeva occasione di deridermi, mi prendeva in giro molte volte mentre le ferite venivano trattate. «Lazarillo, spendi più per il vino in un anno di quanto io ne beva in due. Inoltre, devi più al vino che a tuo padre: lui ti ha dato la vita una volta, mentre il vino ti farà morire mille volte», disse ridendo. Anche gli altri risero, benché fosse cieco e meschino nel suo spirito di profezia, e si comportò come ora vi racconto, amico.
Fuga di Lazarillo
Con tutto il ridicolo e gli abusi che avevo subito, decisi che dovevo scappare e lasciare il cieco. Un giorno uscimmo a chiedere l'elemosina; la sera prima aveva piovuto fortemente e la pioggia continuò durante il giorno. I ciechi si rifugiarono sotto i portici per non bagnarsi, ma quando calò la notte e la pioggia non cessò, decidemmo di trovare una locanda. Per attraversare le strade allagate dissi: «Signore, il torrente è molto largo; l'unico modo per passare è saltare.»
«Va bene, Lazarillo, ma portami dove la corrente è più stretta; non voglio bagnarmi i piedi in inverno», rispose lui. Come sempre a mio vantaggio, presi proprio davanti a una colonna e dissi che quello era il punto più stretto. Dato che la pioggia era forte e il poveretto era tutto bagnato, gli dissi: «Metti il piede giù e salta attraverso il torrente.» Lo feci posare davanti alla colonna, poi saltai e presi il posto dietro quel palo. Protetto da lui, come fa un toro, gli dissi: «Dai, salta con tutta la forza per raggiungere l'altra riva!»
Il cieco fece un passo indietro per prendere slancio e si precipitò con tutta la sua forza contro il palo; batté la testa con un colpo secco e ricadde mezzo morto, con la testa conficcata. Io esclamai: «Com'è possibile che sentisse la salsiccia e non l'odore del palo? Olé! Olé!» Mentre molti accorrevano in suo aiuto, io scappai e raggiunsi Torrijos. Non compresi mai più di quel che accadde, né se egli pretese poi spiegazioni.
Il maestro crede che Lazarillo abbia portato un serpente
Fu poi mia sfortuna che, una notte, mentre dormivo, posizionai la chiave nella sua bocca in modo che l'aria, passando attraverso l'apertura, producesse un fischio. Il mio padrone sentì il rumore e pensò fosse il sibilo di un serpente. Si alzò con la squadra in mano e venne dove dormivo; credendo che avessi sotto la coperta un serpente, scagliò un colpo con tutta la forza per ucciderlo: mi percosse sulla testa e mi lasciò privo di sensi e sanguinante.
Il mio maestro, convinto di aver fatto giustizia, cercò poi di rialzarsi; quando sentì il sangue prima di me, corse a vedere e mi trovò con la chiave ancora in bocca. Diffidò molto di quella chiave, la provò sull'arca e mi maledisse: «Quando finalmente avrò trovato il serpente e il topo che mi stanno divorando», pensò probabilmente. Dopo tre giorni ripresi conoscenza, giacendo sulla paglia con la testa fasciata e unta d'unguento.
«Ho cacciato i serpenti e i topi che mi stavano distruggendo», disse allora il mio padrone. In quel momento arrivò una vecchia donna che mi fasciò e i vicini; mi tolsero il bendaggio dalla testa e mi curarono. Videro che avevo ripreso coscienza e si dichiararono contenti del mio miglioramento. Poi risero delle mie buffonate, mentre io piangevo. Dopo qualche giorno mi diedero da mangiare e, dopo una quindicina di giorni, ero molto affamato ma in buona salute.