Poesie di Giovanni Pascoli: Esplorazioni del fanciullino interiore

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L'eterno fanciullo che è in noi

La poetica del fanciullino

L'autore esprime qui la propria concezione della poesia, che corrisponde a una sorta di stato infantile permanente, grazie al quale è ancora possibile, anche quando si è adulti, guardare al mondo con ingenuità e meraviglia. La maggior parte degli uomini, corrotti dall'esperienza e resi inautentici dalle convenzioni sociali, smarrisce la dimensione infantile, che permetteva loro di provare intense emozioni e porsi in un'affascinante e misteriosa relazione nei confronti delle cose e della natura. Recuperare questo atteggiamento è un'impresa ardua, poiché guardare al mondo con meraviglia è possibile grazie a un processo che non coinvolge la ragione e la cultura, ma tocca le zone più recondite della nostra coscienza, quei sentimenti nascosti, che ereditiamo al momento stesso della nascita. Il poeta ha il privilegio di restare bambino, attingendo alla voce della propria interiorità: egli possiede i sentimenti di un fanciullo, grazie ai quali riesce a tradurre le sue visioni in parole immediate, senza il filtro del pensiero, che gli consente di cogliere lo splendore dell'essere e le somiglianze e le relazioni più ingegnose. È evidente la negazione pascoliana del Positivismo: la poesia autentica rifiuta la lettura materialistica del reale per offrirne una più spontanea e ingenua. Il poeta ha dunque una visione prescientifica e prelogica della realtà, identificandosi in una sorta di uomo primitivo felice e innocente. Scoprendo i particolari reconditi della realtà, il poeta può comunicare agli uomini questa capacità che essi hanno perduto, ridestando in loro il «fanciullino» sommerso dalla civiltà. Egli non deve proporsi contenuti morali, civili, ideologici o religiosi. Nonostante il poeta-fanciullo sia dotato di una disposizione a lasciarsi incantare dalla realtà e a coglierne i lineamenti più nascosti, egli non si atteggerà mai a profeta e a dispensatore di verità assolute. Il compito morale e pubblico della poesia non risponde infatti ad alcun programma ma è connaturato all'essenza stessa dell'opera d'arte.

Il gelsomino notturno

Analisi del testo

Metro: sei quartine di novenari a rima alternata. È scritto il versetto 21

Parafrasi

E così si aprono i fiori notturni [i gelsomini indicati dal titolo], durante quelle ore in cui io sono solito pensare ai miei cari (durante la notte, quando rivolge il pensiero ai suoi cari morti). Sono paragonabili ai fiori bianchi (e ai viburni) le farfalle notturne.
Da un pezzo si tacquero i gridi / là sola una casa bisbiglia: solo in una casa lontana si sente un bisbiglio. I piccoli uccelli (i nidi) dormono sotto le ali della madre come gli occhi dormono sotto le ciglia.
Quando i fiori si apriranno avranno un odore simile a quello delle fragole rosse [mature]. Lontano, nella stanza c'è una luce accesa. L'erba cresce sulle fosse dei morti.
Un'ape ritardataria continua a ronzare girando intorno all'alveare, perché tutte le celle erano occupate dalle altre api. La costellazione delle Pleiadi (la “Chioccetta”) splende nel cielo azzurro e, come una chioccia nell'aia con i suoi pulcini, va incontro alla sua stella.
Per tutta la notte il profumo dei fiori viene trasportato dal vento. Si vede la luce ch'era accesa nel salotto su per la scala, risplende al primo piano della casa, si è spenta…
Giunge l'alba, si chiudono infine i petali [del gelsomino] un po' sgualciti [dal vento notturno]; germoglia, dentro la parte interna del fiore, molle e nascosta, dove stanno i semi, una nuova vita.

Spiegazione

Il componimento nasce in occasione delle nozze di un amico di Pascoli, Gabriele Briganti.
La dimensione narrativa e i nessi logici sono quasi del tutto annullati, per lasciare posto a un flusso di impressioni colte nella loro immediatezza. È il momento in cui scende la sera, i gelsomini notturni si aprono e nel silenzio si sente solo il mormorio proveniente da una casa, prima che anche questo leggero rumore si spenga insieme con le luci. Poi, quando spunta l'alba, i petali del fiore tornano a chiudersi per custodire una nuova vita. Le manifestazioni della natura nella poesia rappresentano allegoricamente l'atto d'amore che si consuma nella casa. Il concepimento non viene celebrato come una festa della vita, ma come un evento inquietante. C'è infatti nella lirica tutto il groviglio di pulsioni, fisiche e psichiche, che tormenta il poeta. Più Pascoli cerca di sfumare il proprio turbamento, più esso si manifesta.
Mentre si svolge l'incontro d'amore e si forma una nuova vita, si consuma per contrasto l'esperienza solitaria del poeta che descrive gli altri restando vincolato al solo ricordo dei morti.
L'osservazione, o comunque l'immaginazione, del rito di fecondazione avviene dall'esterno, ma si tratta di una vista nascosta, come se il poeta stesse spiando una situazione che non potrà mai vivere in prima persona. Egli è incapace di amare, vive nella notte, nel silenzio e nel pensiero della morte. Infatti, il tema della fecondità e della nascita vengono contrapposti alla morte.

Figure retoriche

  • Enjambements “viburni / le farfalle” (vv. 3-4); “si esala /l’odore” (vv. 9-10); “azzurra / va” (vv. 15-16); “s’esala / l’odore” (vv. 17-18); “i petali / un poco gualciti” (vv. 21-22);
  • Metonimie “casa” (v. 6); “nidi” (v. 7); le farfalle crepuscolari
  • Sineddoche “ciglia” (per “palpebre”) (v. 8);
  • Sinestesie “l’odore di fragole rosse” (v. 10); “pigolio di stelle” (v. 16);
  • Metafore “un’ape tardiva sussurra” (v. 13); “aia azzurra” (v. 15); “urna” (v. 23);
  • Similitudine “come gli occhi sotto le ciglia” (v. 8);
  • Onomatopea “bisbiglia” (v. 6); “sussurra” (v. 13); “pigolio” (v. 16);
  • Antitesi “Da un pezzo si tacquero i gridi / là sola una casa bisbiglia” (vv. 5-6);
  • Personificazione “una casa bisbiglia” (v. 6); “un’ape tardiva sussurra” (v. 13);
  • Reticenza “s’è spento…” (v. 20);
  • Analogia “la Chioccetta per l’aia azzurra / va col suo pigolio di stelle” (vv. 15-16); “si cova, / dentro l’urna molle e segreta / non so che felicità nuova” (vv. 22-24); “petali / un poco gualciti” (vv. 21-22).

Arano

Analisi del testo

Metro: 2 terzine di endecasillabi seguite da 1 quartina di endecasillabi

Parafrasi

Nel campo, dove nei filari qualche foglia di vite ancora splende con il suo rossiccio colore, e dai cespugli
si leva la nebbia mattutina come un fumo,
arano (i contadini): uno spinge lentamente l'aratro, un altro spinge le vacche lente, un altro semina, un altro spiana
pazientemente con la zappa;
Poiché il passero è furbo e pregusta il momento, e osserva tutta la situazione dai rami privi di fogliame del gelso; e anche dietro le siepi si sente il canto tintinnante del pettirosso simile a quello di una moneta d'oro.

Spiegazione

Descrive una scena di vita in campagna in autunno, tra diverse prospettive: prima la cornice si posa in campo aperto tra le nuvole, ma con qualche macchia di rosso, rosso di nebbia e di vite. Poi sulle diverse attività dei lavoratori. Infine l'attenzione si sposta su degli uccelli, che stanno pregustando il piacere di mangiare i semi sparsi sulla terra.
Il poeta si immerge completamente nella vita di campagna, simpatizzando con i "personaggi" presenti, compresi gli uccelli, che finiscono quasi per diventare i protagonisti del quadretto.
Il testo presenta lo sgretolamento della sintassi: le frasi sono brevi, i paratassi predominano sull'ipotassi, spesso i singoli versi sono spezzati al loro interno dalla punteggiatura.

Figure retoriche

  • Allitterazione della F = "filare" (v.1); "fratte" (v.2); «fumerò» (v.3).
  • Ripetizione = "lente griglia", "lente vacche" (v.4);
  • Ipallage = "paziente" (v.6), l'aggettivo è riferito al contadino.
  • Sinestesia = “lente griglia” (v.4); "sottil tintinno" (v.10).
  • Ellissi = "arano" (v.4) risulta mancante il sostantivo contadini; "e il pettirosso" (v.9) risulta dal verbo spia.
  • Anastrofe = “in cor già gode” (v.7); "nelle siepi s'ode" (v.9)
  • Onomatopea = "tintinnio" (v.10).
  • Similitudine = “come d'oro” (v.10).
  • Enjambement = “fratte/semina” (vv. 2-3); «un ribatte/le porche» (vv. 5-6); «s'ode il suo sottil tintinnio» (vv. 9-10).

Galline

Analisi del testo

Metro: madrigale, 2 terzine e 1 quartina di endecasillabi

Parafrasi

In autunno (Al cader delle foglie), quando coloro che non sono contadini vivono da miseri (grami), la massaia ha l’aia piena di galletti,
che le forniscono la carne, e di galline, che le danno le uova; e in più, il grano e il vino sono ben conservati nei loro posti (granaio e tino).
La sopravvivenza è quindi è assicurata e si può essere contenti. Ed infatti, a sera, mentre spannocchiano il mais, le giovani cantano, anche se un velo di preoccupazione sembra adombrare i loro pensieri (occhi pensosi) e i ragazzi (monelli) saltellano sulle foglie secche, dimostrando così di poter godere di una serenità che altri non hanno.

Spiegazione

Il tono della lirica è disteso. La spannocchiatura è un'occasione di festa, il cortile è pieno di galletti e galline, il granaio è colmo, il mosto fermenta, le ragazze cantano e i bambini giocano, rincorrendosi e saltando sulle foglie secche. Un velo di malinconia affiora però al v. 8: nello sguardo delle ragazze si coglie una certa pensosità ("ragazze occhi pensosi" è un costrutto classicheggiante di richiamo omerico, un accusativo alla greca). È come se questo particolare increspasse la superficie del componimento e l'apparente serenità della scena, introducendo un elemento vago e misterioso. Quale pensiero minaccia la tranquillità delle ragazze? Che cosa le preoccupa? Non ci è dato saperlo.
La struttura della lirica appare calibrata. Mentre le due terzine descrivono gli elementi della natura, la quartina focalizza l'attenzione sulla presenza umana, in particolare sulle ragazze che sfogliano le pannocchie. La continuità tra le terzine e la quartina viene assicurata dalla ripresa dello stesso verbo "cantare".

Figure retoriche

  • Allitterazioni: grami e arguti galletti, galline e granaiao; il vecchio cor, come a noi; spessi nella pace; il vin canta nel tino; ecc.
  • Onomatopee: l'espressione arguti galletti, oltre a significare "galletti dalla voce stridula",
  • Epiteto: occhi pensosi (v. 8)

Lavandare

Analisi del testo

Metro: madrigale, 2 terzine e 1 quartina di endecasillabi

Parafrasi

Nel campo arato per metà si trova un aratro senza buoi, che sembra
abbandonato, in mezzo alla nebbia.
E dal canale proviene, ritmato, il rumore dei panni sbattuti dalle lavandaie
con colpi frequenti e lunghe cantilene:
Il vento soffia e cadono le foglie dal ramo, come neve, e tu ancora non torni al tuo paese!
Quando sei partito, come sono rimasta! Come l’aratro in mezzo al campo non seminato.

Spiegazione

In un giorno autunnale il poeta contempla un paesaggio campestre e percepisce dai rumori la presenza di alcune lavandaie. Sono i tonfi dei panni immersi nell'acqua e sbattuti, ma soprattutto il triste canto delle donne. Il motivo è tipico di molti stornelli popolari: il lamento di una donna abbandonata dall'amato, che è partito lasciandola sola.
La rappresentazione è però solo in apparenza descrittiva: essa costituisce la proiezione di uno stato d'animo e di una condizione interiore. Le parole malinconiche della canzone chiariscono infatti il senso simbolico delle immagini presenti nel componimento: l'aratro abbandonato, il campo arato per metà, senza buoi e senza uomini, e la nebbia leggera rimandano a un'idea di mancanza. L'autunno della natura sembra alludere a una pena esistenziale.
La prima terzina (vv. 1-3) sviluppa impressioni di carattere visivo, scandite attraverso lente cadenze e pause forti, che conferiscono ai versi un ritmo malinconico. Nella seconda terzina (vv. 4-6) prevalgono le sensazioni uditive, sollecitate dall'utilizzo di vocaboli fonosimbolici. Infine la quartina (vv. 7-10) rovescia l'ordine sensoriale, registrando prima i dati uditivi e poi quelli visivi, e accentua al contempo il tono cantilenante.

Figure retoriche

  • vv. 4-5 sono iperbato (E cadenzato dalla gora viene / lo sciabordare delle lavandaie).
  • onomatopea, nei vv. 5 (sciabordare) e 6 (tonfi).
  • Nel v. 6 è ravvisabile una sinestesia (tonfi spessi).
  • metafora del v. 7 (nevica la frasca), che indica la caduta delle foglie in autunno, leggere come fiocchi di neve.
  • chiasmo sia nel v. 6 (con tonfi spessi e lunghe cantilene) che nel v. 7 (Il vento soffia e nevica la frasca).
  • I due versi di chiusura (9-10) similitudine (Quando partisti, come son rimasta / Come l’aratro in mezzo alla maggese); si noti anche l’antitesi partisti/rimasta.
  • Due sono gli enjambement (vv. 2-3, 4-5) e numerose le allitterazioni, in particolare della r: resta, aratro, pare; sciabordare, lavandare; torni, ancora; partisti, rimasta.

X Agosto

Analisi del testo

Metro: quartine di endecasillabi e novenari alternati

Parafrasi

San Lorenzo, io so il perché così tante stelle nell'aria serena si incendiano e cadono, perché le tue lacrime brillano nella volta celeste.
Una rondine stava ritornando al suo nido: fu uccisa: cadde tra i rovi spinosi; nel becco aveva un insetto: era la cena per i suoi rondinini.
Ora è là, con le ali spalancate e senza vita come se fosse stata crocifissa, con il verme rivolto verso il cielo lontano, e il suo nido è nell'ombra, che attende, e pian piano smettono di cinguettare.
Anche un uomo stava tornando a casa: fu ucciso: disse "perdono" per gli assassini; e restò con gli occhi sbarrati come se avesse voluto gridare (ma la morte non gli diede il tempo) portava due bambole in dono alle figlie.
Ora là, nella casa solitaria, lo aspettano, aspettano inutilmente: egli immobile, stupefatto, indica al cielo lontano le bambole.
E tu, Cielo infinito e immortale, dall'alto dei mondi sereni inondi la Terra dominata dal male di un pianto di stelle.

Spiegazione

Viene ripercorso l'evento più doloroso della vita di Pascoli: l'assassinio del padre, avvenuto il 10 agosto 1867.
Il tema della poesia è spiegato da Maria Pascoli, sorella di Giovanni. La disgrazia familiare è associata alla festività di San Lorenzo, quando si verifica il fenomeno astrale delle stelle cadenti: il dolore personale sembra riflettersi in una corrispondenza cosmica. La Terra, pur essendo un pianeta minuscolo, appare agli occhi del poeta come il regno del male. La violenza immotivata è prodotta dall'uomo e non dalla natura, a cui non vengono attribuite responsabilità.
Si manifesta l'empatia dell'universo per le sciagure umane, una materna pietà per il male che si abbatte sulla Terra. Quella commozione della natura offre quindi una consolazione per la condizione che accomuna gli uomini e gli animali.
Presenta una struttura di grande equilibrio compositivo, incentrata su una serie di simmetrie e parallelismi e sull'esplicita corrispondenza dei due racconti, quello ambientato nel mondo della natura e quello nel mondo degli uomini.
La prima strofa (vv. 1-4) e l'ultima (vv. 21-24) incorniciano il dramma di violenza e di morte nel pianto di stelle: analogia che indica le stelle cadenti della notte di San Lorenzo e insieme introduce il motivo del dolore e del lutto. La seconda e la terza quartina (vv. 5-12) descrivono l'uccisione di una rondine che portava il cibo ai suoi piccoli, mentre la quarta e la quinta (vv. 13-20) rappresentano l'assassinio dell'uomo, che non potrà più portare alle sue figlie le bambole che aveva comprato per loro.
Anche l'immagine della rondine introduce un'analogia: la sua morte anticipa e richiama quella del padre del poeta; il tetto (v. 5) della rondine diventa poi il nido (v. 13) dei Pascoli; l'uccello portava il sostegno materiale alla sua famiglia (v. 8), così come il padre di Pascoli era l'unico sostegno economico.

Spiegazione pt.2

Oltre alla similitudine esplicita fra la rondine e il padre, la critica ne ha individuato una implicita con il martirio di Cristo: il sacrificio di Ruggero Pascoli per la propria famiglia viene assimilato a quello di Gesù per l'umanità intera. Tale interpretazione si basa su alcuni elementi presenti nel testo: la rondine abbattuta rimane con le ali aperte come in croce (v. 9); gli spini del v. 6 sembrano rimandare alla corona di spine portata da Cristo nella Passione; inoltre le rondini, nella leggenda popolare sono gli uccelli che consolarono Gesù in croce. Anche il perdono offerto ai carnefici (Perdono, v. 14) ricorda le parole di Cristo morente.
Tuttavia è assente in Pascoli qualsiasi tipo di consolazione religiosa: se la morte di Cristo è fonte di salvezza per tutti gli uomini, l'uccisione del padre del poeta resta un fatto privo di significato salvifico.

Figure retoriche

  • Apostrofe = "San Lorenzo" (v. 1). Il poeta si rivolge al santo celebrato il 10 agosto, anniversario dell'assassinio del padre.
  • Sineddoche = al tetto (v. 5) = invece di dire al suo nido.
  • Allitterazioni = della L (vv. 1-2); della R e N (v.5); della P (v.12), della A e T (v.19), della A e O (v.24).
  • Personificazioni = - "Cielo" (v. 21)
  • Anastrofe = "ritornava una rondine al tetto" (v. 5), il sostantivo è posizionato dopo il verbo.
  • Similitudini = come in croce (v.9).
  • Metonimia = il suo nido che pigola (v. 11); al suo nido (v. 13).
  • Metafore = perché si gran pianto (v. 3) e "d'un pianto di stelle" (v. 23), per indicare la pioggia di stelle, come se il cielo stesse piangendo; "quest'atomo opaco del Male" (v.24), per indicare la Terra.
  • Sinestesia = restò negli aperti occhi un grido (v. 15). La sfera visiva (occhi) e la sfera uditiva (grido).
  • Assonanza = arde e cade (v.3). Le vocali sono identiche, cambiano solo le consonanti.
  • Anafora = Ora è là (vv. 9 e 17) = evidenziano il parallelo tra le due morti, quella della rondine e quella del padre.
  • Anadiplosi = lo aspettano, aspettano in vano (v. 18). La ripetizione del verbo indica l'angoscia causata dall'attesa.
  • Enjambement = - tanto / di stelle (v. 1-2) - tende / quel verme (vv. 9-10) - addita / le bambole (vv. 19-20) - mondi / sereni (vv. 21-22) - inondi / quest'atomo (vv. 23-24)

L'assiuolo

Analisi del testo

Metro: doppie quartine di novenari a rima alternata, tranne l'ultimo verso di ciascuna strofa, rappresentato dal monosillabo del verso dell'assiuolo

Parafrasi

Dov’era la luna? Perché il cielo nuotava in un’alba dal colore perlaceo, e il mandorlo e il melo sembravano ergersi per vederla meglio. Dalle nuvole nere, laggiù, provenivano lampi rapidi come soffi; dai campi veniva una voce: chiù
Le stelle risplendevano qua e là in mezzo al biancore diffuso dalla luna; sentivo l’ondeggiare del mare simile a quello di una culla, sentivo un fruscio tra i cespugli; sentivo un sussulto nel cuore, che era come l’eco di un grido del passato. Da lontano risuonava quel singhiozzo: chiù
Su tutte le cime degli alberi illuminate soffiava un vento leggero: le cavallette scuotendo le ali emettevano un suono simile a quello dei sistri (erano tintinni a porte invisibili che forse non si aprono più?…); e c’era quel pianto luttuoso… chiù

Spiegazione

In campagna, di notte, quando il cielo presenta quel chiarore che preannuncia il sorgere della luna, si sente il canto di un assiuolo. Il suo verso lamentoso si carica di inquietanti suggestioni, unendosi a tutti gli altri echi naturali, in un messaggio di morte.
Lo spettacolo della natura, che si manifesta attraverso il sorgere della luna, si carica di valenze simboliche e misteriose: le immagini-illuminazioni comunicano un senso di angoscia. La serena luminosità dei primi versi viene filtrata dalla sensibilità del poeta, il quale personifica gli elementi, che finiscono per alludere ad antiche memorie personali, a passati dolori.
Vi è una bipartizione strutturale delle strofe: ognuna di esse si apre con immagini di luce, per chiudersi con il verso dell'assiuolo: in un climax ascendente, questo, che è prima una semplice voce (v. 7), diventa poi un singulto (v. 15) e infine un pianto di morte.
Alla visione funebre di Pascoli allude il suono emesso dalle cavallette, che viene paragonato a quello dei sistri, gli strumenti musicali utilizzati in antichi riti egizi legati ai culti dell'oltretomba. Il poeta si chiede se le voci della natura permettano di accedere a un aldilà.
Il testo è uno degli esempi più significativi dell'antinaturalismo di Pascoli, essendo costruito su un'allusività di suoni e richiami. L'indeterminatezza del quadro inizia già al primo verso, con una domanda che sottintende l'assenza o, meglio, l'attesa della luna non ancora apparsa all'orizzonte; prosegue con la successiva congiunzione che (v. 1), la quale introduce una subordinata causale priva però di una reggente dichiarata; si estende poi per tutto il componimento attraverso visioni indistinte, echi, singhiozzi e silenzi, resi dai puntini di sospensione che chiudono ogni strofa.

Figure retoriche

  • nella prima strofa si notano la metafora al v. 2 (il colore dell’alba ricorda quello delle perle),
  • la sinestesia al v. 5 (la sensazione visiva dei lampi è associata a quella uditiva dei soffi),
  • la metonimia al v. 6 (si sostituisce il concetto astratto, «il nero», a quello concreto, cioè le nubi nere)
  • l’onomatopea «chiù» del v. 8 che diventa anche anafora data la ripetizione in tutte e tre le strofe.
  • la metafora al v. 10 (il chiarore dell’atmosfera ricorda il bianco del latte ed è avvolgente come una nebbia),
  • l’anafora «sentivo» ai vv. 11, 12 e 13, l’onomatopea «fru fru» del v. 12 che indica un fruscio nei cespugli e che allittera la /f/ e la /r/ con «tra» e «fratte»;
  • al v. 14 «com’è eco d’un grido che fu» è similitudine.
  • al v. 18 il soffio del vento sugli alberi ricorda per metafora un sospiro e il «pianto di morte» del v. 23 produce un climax rispetto a «singulto» (v. 15) e «voce» (v. 7).
  • Numerosi sono gli enjambement (vv. 1-2, 3-4, 5-6, 9-10, 17-18, 19-20, 21-22).

Temporale

Analisi del testo

Metro: ballata minima di settenari

Parafrasi

Il brontolio di un tuono lontano…
L'orizzonte si accende di rosso, come infuocato, verso il mare; sui monti il cielo è nero come la pece, nubi bianche sparse: tra le nuvole nere c'è un casolare: un'ala di gabbiano.

Parafrasi alternativa:

Un brontolio lontano annuncia un temporale…
Verso il mare, all'orizzonte, il cielo è rosso, infuocato; verso il monte è nero come la pece, rischiarato qua e là da qualche nube frastagliata e sfilacciata; nel nero che domina questo paesaggio si distingue una casa bianca che spicca come un’ala di gabbiano.

Il lampo

Metro: ballata minima di endecasillabi

parafrasi

E cielo e terra si mostrarono com'erano:
la terra affannata, scura, in agitazione, il cielo ingombro di nuvole, cupo, sconvolto: nella silenziosa bufera una casa bianchissima apparve improvvisamente e scomparve subito; come un occhio che, dilatato, sbigottito, si aprì e si chiuse nella notte buia.

Il tuono

Metro: ballata minima di endecasillabi 

parafrasi

E in una notte buia come il nulla
all'improvviso, con il fragore di una rupe che frana, il tuono rintronò di colpo: rimbombò, riecheggiò, rotolò minaccioso, poi tacque, e poi rumoreggiò come un'onda di mare che si infrange sopra gli scogli, e infine scomparve. A quel punto si sentì il dolce canto di una madre, e il dondolio di una culla.


figure retoriche "Temporale"

• Onomatopea = "bubbolìo" (v. 1). Questo verbo che è sinonimo di brontolare, viene adoperato per emettere il rumore fragoroso del temporale lontano.
• Allitterazione di O ed L = "bubbolìo lontano" (v. 1). Viene adoperata per prolungare la durata del temporale.
• Anastrofe = "rosseggia l'orizzonte" (v. 2). Il verso è scritto al contrario con il verbo che precede il sostantivo, ovvero "l'orizzonte rosseggia".
• Similitudine = "rosseggia l’orizzonte, come affocato, a mare" (vv. 2-3).
• Metafora = "nero di pece" (v. 4). La pece non si trova in cielo, Metafora = "stracci di nubi" (v. 5). Il termine stracci potrebbe essere associato alla carta stracciata ma non alle nuvole.
• Analogia = "Un casolare: / un'ala di gabbiano" (vv. 6-7). In pratica, sono accostate tra loro in modo impensato e sorprendente due realtà tra loro distanti, eliminando tutti i passaggi logici intermedi. Tra il casolare e l'ala di gabbiano vi è un rapporto di somiglianza dovuto al colore bianco, e al fatto che entrambi si stagliano sul cielo

figure retoriche "Il lampo"

• Sineddoche = "qual era" (v. 1), il singolare per il plurale. 
• Terra ansante = personificazione (v. 2).
• Ansante, livida in sussulto = climax ascendente (v. 2).
• Ellissi = assenza del verbo essere (vv. 2-3).
• Ingombro, tragico, disfatto, largo esterrefatto = climax ascendente (v. 3).
• Cielo tragico = metafora (v. 3).
• Bianca bianca, nel tacito tumulto/una casa apparì = anastrofe (vv. 4-5).
• Tacito tumulto = ossimoro (v. 4).
• Apparì sparì = paronomasia (v. 5).
• Apparì sparì = antitesi (v. 5).
• Come un occhio...s'apri si chiuse = similitudine e iperbato (vv. 6-7).
• Esterrefatto,/ s'apri = enjambement (vv. 6-7).
• S'apri si chiuse = antitesi (v. 7).
• Nella notte nera = allitterazione della N (v. 7).

figure retoriche "Il tuono"

• Nella notte nera nulla = allitterazione della N (v. 1).
• Come il nulla = similitudine (v. 1). Per dare un impressione di buio cupo da far paura.
• Tratto, fragor d'arduo dirupo frana = allitterazione della R (vv. 2-3).
• Dirupo / che frana = enjambement (vv. 2-3).
• Rimbombò = onomatopea (v. 3)
• Rimbombò, rimbalzò, rotolò = enumerazione per asindeto (v. 4). Cioè non ci sono congiunzioni, ma solo la punteggiatura debole che separa i verbi.
• Rimbombò, rimbalzò, rotolò = sinestesia (v. 4). I seguenti verbi hanno sia la sensazione visiva che uditiva.
• E tacque, e poi rimareggiò rinfranto, e poi vanì = enumerazione per polisindeto (vv. 5-6)


• Soave ... un canto = iperbato (v. 6).
• canto / S'udì di madre = anastrofe (vv. 6-7). Cioè: "canto di madre s'udì".
• Canto / S'udì = enjambement (v. 6).

spiegazione "Temporale" "Il lampo" "Il tuono"

Le immagini visive e coloristiche del paesaggio naturale non vanno lette in chiave realistica: non è la scena in sé a contare, ma i riflessi della realtà sconvolta e le sensazioni che essa suggerisce alla sensibilità soggettiva del poeta. L'evento naturale acquista un valore simbolico e la percezione sensoriale assume un'impronta visionaria: in tal modo, sulla vita della natura si proiettano le suggestioni dolorose che tormentano la psiche di Pascoli. Nel caso dei tre testi, "Temporale" presenta soprattutto il quadro visivo di un paesaggio nei momenti precedenti l'esplosione del fenomeno: il suono del tuono è appena percettibile in lontananza e tutta l'attenzione dell'autore si indirizza ai colori della campagna in attesa della tempesta. "Il lampo" e "Il tuono" costituiscono due momenti legati fra loro: all'istante accecante del lampo segue il fragore del tuono. Ma mentre "Il lampo", nel rappresentare gli effetti luminosi sul paesaggio di un bagliore che lacera la notte, si conclude veicolando sensazioni di turbamento e di angoscia, "Il tuono", dopo aver reso gli effetti sonori, finisce all'insegna di un senso di protezione, grazie all'immagine di una madre che culla il suo bambino.


Novembre

Metro: strofe saffiche, formate da 3 endecasillabi e 1 quinario

parafrasi

L’aria è limpida e splendente come fosse una gemma e il cielo luminoso come in primavera. Ti spinge a guardare se nei giardini sono fioriti gli albicocchi, hai l’impressione di sentire dentro di te l’odore amarognolo del biancospino (prunalbo) che a primavera impregna l’aria 
ma il biancospino è spoglio, senza foglie (ovvio siamo a Novembre)
i rami nudi appaiono neri sullo sfondo limpido del cielo (E’ una nota di tristezza) senza voli di uccelli (vuoto) e il passo risuona sul terreno indurito dal gelo, sembra all'interno vuoto scavato (cavo)
Dappertutto vi è un silenzio profondo tranne quando si sente un lieve frusciar di foglie scrollate dal vento. Tutto questo perché ci troviamo a novembre ed è l'estate di San Martino.

spiegazione 

A novembre, poco dopo la ricorrenza del giorno dei morti, durante la cosiddetta "estate di San Martino" le giornate sono limpide e il clima cosi mite che per un istante si ha la sensazione di non essere in autunno. Per Pascoli non si tratta però che di un'illusione: il silenzio della natura e un lontano cadere di foglie suggeriscono l'idea di un lento e inesorabile declinare della vita.
Le apparenze della natura ingannano lo spettatore: sembra primavera, invece siamo alle soglie dell'inverno. Le piante sono secche, il cielo vuoto, la terra produce un suono quasi tombale, il vento trascina le foglie cadute, la luce del sole illumina una scena che è statica. Il componimento è tutto incentrato sul motivo dell'inganno dei sensi di fronte alle parvenze d'una realtà contraddittoria e indecifrabile.
Il testo si basa su una struttura bipartita, che contrappone la prima strofa alle successive. Attraverso i particolari del paesaggio la prima strofa sembra delineare un quadro primaverile. La sensazione di serenità è percepita attraverso i sensi. Il quadro positivo viene smentito subito dopo dall'avversativa all'inizio della seconda strofa (Ma. v. 5), che comincia all'insegna di un brusco stacco. Qui il colore nero (nere trame, v. 6) si contrappone alle "macchie di bianco" della prima strofa. La terza strofa, infine, è tutta incentrata su notazioni uditive: un profondo silenzio, interrotto soltanto dal fruscio delle foglie cadenti. L'ultima frase del componimento suggella, attraverso un ossimoro (estate fredda), la sua tematica funebre: al di là delle apparenze iniziali, la sostanza del paesaggio è di freddo e di morte.


figure retoriche "Novembre"

• Assonanza in "e" e "o"
• Allitterazioni in "s" e in "r": secco, stecchite (v. 5); nere, trame, segnano, sereno (v. 6); sonante (v. 7); sembra (v. 8). Allitterazioni in "f, r, g" nell'ultima strofa come il fruscio delle foglie.
• Sinestesia: "cader fragile" e "odorino amaro"
• Ossimoro: "estate fredda" (vv. 11-12).
• Iperbato: "secco è il pruno", "stecchite piante", "vuoto il cielo", "sembra il terreno", "di foglie un cader fragile".
• Anastrofe: "gemmèa l’aria", "l’dorino amaro senti".
• Enjambements: "l’odorino amaro | senti nel cuore" (vv. 3-4).
• Enjambements: "le stecchite piante | di nere trame" (vv. 5-6). Enjambements: "cavo al piè sonante | sembra il terreno" (vv. 7-8). Enjambements: "È l’estate, | fredda, dei morti" (vv. 11-12).
• Ipallage: "di foglie un cader fragile" (v. 11).

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