Cesare Beccaria e l'Inutilità della Pena di Morte in Dei Delitti e delle Pene
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Cesare Beccaria e il Trattato "Dei Delitti e delle Pene"
Cesare Beccaria è un illuminista milanese; scrive Dei delitti e delle pene, un testo argomentativo in cui sostiene l'inutilità della pena di morte, poiché lo Stato non ha il diritto di uccidere un cittadino.
Le Eccezioni alla Tesi
Egli espone la sua tesi indicando che la pena di morte potrebbe essere considerata accettabile solo in due casi specifici:
- Quando lo Stato si trova in un momento di guerra, rivoluzione o in tempi di anarchia, ovvero quando i disordini prendono il posto delle leggi.
- Se la pena di morte servisse a distogliere gli altri cittadini dal compiere reati (funzione deterrente), scoraggiandoli per paura della sanzione.
Le Argomentazioni contro la Pena Capitale
1. L'estensione della pena nel tempo
- Beccaria afferma che non è l'intensità della pena a colpire, ma la sua estensione nel tempo.
- La pena di morte ha un forte impatto nel breve periodo, ma viene presto dimenticata.
- Al contrario, fa più effetto vedere un uomo privo di libertà che diventa una "bestia di servigio", piuttosto che un uomo sottomesso alla pena di morte.
2. Il sentimento dei cittadini
- La pena di morte non deve suscitare compassione nei cittadini, poiché ciò ne vanificherebbe lo scopo.
3. Lo scopo della punizione
- Lo Stato non deve vendicarsi, ma punire con l'unico scopo di impedire ai cittadini di commettere nuovi reati.
- Beccaria propone di sostituire la pena di morte con l'ergastolo (carcere a vita) per intimorire maggiormente i cittadini.
Inoltre, la pena di morte diventa uno spettacolo per la maggioranza dei cittadini e oggetto di compassione o di sdegno per gli altri, diversamente dall'ergastolo che incute un positivo timore della legge.
Molti condannati accettano la morte con tranquillità per fanatismo o per vanità, ma non manterrebbero questo atteggiamento se la loro pena fosse una schiavitù perpetua. La propria morte, più che spaventare i fanatici, li esalta a compiere l'atto che mette in pericolo la loro vita; se invece gli si toglie la libertà, non sono più spinti a commettere il reato.
L'Utilità e la Storia
Se la pena di morte è stata usata da sempre, non significa che sia utile, dato che il passato è pieno di errori.
Il Pensiero del Criminale
Beccaria si mette nei panni di un criminale per riflettere: "Quali sono queste leggi che permettono diseguaglianze e ingiustizie tra ricco e povero?"
- La maggior parte di coloro che infrangono la legge sono i poveri, che lo fanno per necessità.
- Il ricco rifiuta di dare denaro al povero e si mette in pace la coscienza ordinandogli un travaglio (ovvero l'obbligo di svolgere un lavoro che non conosce).
- Le leggi sono state create da uomini ricchi e potenti, che non si sono mai degnati di osservare le condizioni in cui vivevano i poveri.
Di conseguenza, i poveri scelgono di attaccare i ricchi e derubarli, poiché le leggi tutelano solo questi ultimi. Dopo aver rubato, i poveri tornano per un breve periodo in uno stato di dipendenza naturale in cui vivono liberi e felici.
Essi preferiscono affrontare un solo giorno di sofferenza (quello dell'esecuzione) in cambio di molti anni di libertà e felicità. In quel breve tempo, il criminale diventa "re di un piccolo regno", godendo dei suoi reati e vedendo i tiranni (i ricchi) terrorizzati, costretti a palpitare di paura nonostante il loro lusso e il fatto che i poveri venissero reputati inferiori ai loro cavalli e ai loro cani.
Conclusione e Riflessione Finale
Lo Stato dichiara che l'omicidio è un reato, ma è lo Stato stesso a uccidere tramite la pena di morte. Se le guerre hanno insegnato qualcosa, è che non bisogna uccidere, e dovrebbero essere proprio le leggi a sancire questo insegnamento.
Infine, a chi oppone l'esempio di quasi tutti i secoli e di quasi tutte le nazioni che hanno applicato la pena di morte, Beccaria risponde che la storia appare come un immenso mare di errori e che essa non costituisce un argomento valido contro la verità.