L'Economia tra le Due Guerre: Dalla Fragilità del Dopoguerra al Crollo del 1929

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Fragilità economica del dopoguerra

9.1 Difficoltà finanziarie e precaria stabilità monetaria

La stabilità economica di cui gode l'economia internazionale proprio a cavallo del secolo, prima della Prima Guerra Mondiale, portava a pensare che tutto sarebbe tornato alla normalità. Tuttavia, l'espansione economica degli anni Venti è stata particolarmente debole, rallentando bruscamente con la crisi del '29 e, successivamente, con l'avvento della Seconda Guerra Mondiale (che affonda le sue radici proprio nella crisi del '29).

Durante questo periodo l'economia si sviluppa in due fasi principali:

I. La ricostruzione

  • In Europa: In questo periodo si evidenzia quanto l'Europa sia stata lenta a recuperare i livelli di produzione precedenti al 1914, impiegando quasi 10 anni. Questo ritardo si spiega chiaramente con i conflitti socio-politici derivanti da governi instabili e dispute di confine, ma anche con l'instabilità monetaria e la mancanza di risorse finanziarie. Inoltre, si osservano differenze territoriali: l'Europa nord-occidentale, meno colpita dalla distruzione e beneficiaria di maggiori aiuti americani, ha avuto una ripresa più rapida; al contrario, l'Europa centrale e orientale ha sofferto maggiormente per le distruzioni belliche e i limitati aiuti esterni.
  • Oltreoceano: Nel caso della periferia d'oltremare e dei paesi neutrali, l'espansione della domanda è rimasta elevata mentre l'offerta dei vecchi contendenti era ancora insufficiente. Prova di ciò sono i limitati scambi: se nel 1914 l'Europa rappresentava il 50% del commercio con gli Stati Uniti, al culmine del 1923 non superava il 23%.

II. L'espansione (1925 - 1929)

Durante questo periodo si registrano aumenti sia nella produzione che nel commercio, a beneficio di quasi tutte le nazioni. Il tasso di crescita dell'industria nord-occidentale è stato paragonabile a quello di Stati Uniti e Giappone. Tuttavia, la produzione primaria ha prodotto risultati migliori per i fornitori di materie prime (grazie al boom industriale) rispetto ai fornitori di prodotti alimentari. Questo processo è stato caratterizzato come atipico, poiché differiva dai precedenti periodi di espansione a causa della persistenza di una disoccupazione strutturale ciclica.

I problemi principali del periodo

a) Il sistema monetario

La maggior parte dei paesi emerse dalla guerra con un sistema valutario non allineato (eccetto USA e Giappone). Le monete erano svalutate rispetto alla parità pre-bellica a causa del deficit dei pagamenti e del finanziamento inflazionistico del conflitto. Dopo la guerra, il sistema dovette essere riadattato attraverso due vie: la stabilità monetaria e il ripristino del gold standard.

La stabilità monetaria è stata una priorità per molti governi, ma è stata perseguita individualmente e spesso in risposta a criteri politici piuttosto che economici. Ad esempio, mentre la Gran Bretagna restaurò la parità aurea della sterlina, altri paesi optarono per la svalutazione; alcuni furono persino costretti a introdurre nuove valute a causa dell'iperinflazione, come nel caso della Germania del dopoguerra. Le conseguenze di questa stabilità arbitraria furono che le nazioni che svalutarono ebbero difficoltà nel pagamento delle importazioni, pur mantenendo esportazioni competitive.

Il ripristino del gold standard presentava differenze significative rispetto al passato: non era più un gold standard puro, poiché molti paesi abolirono la circolazione di monete d'oro e la convertibilità delle banconote a causa della carenza di riserve. Dal 1919 si passò a un modello di "Gold Exchange Standard", in cui la valuta nazionale era collegata a una moneta forte (come il dollaro statunitense) che avesse ampie riserve auree. Questo modello comportava rischi: se la moneta di riferimento subiva una crisi, tutti i paesi collegati ne venivano direttamente coinvolti.

b) Il sistema finanziario (credito internazionale)

Oltre ai debiti di guerra e alle riparazioni imposte ai vinti, negli anni '20 gli Stati Uniti divennero il principale finanziatore della ricostruzione. Tuttavia, questi capitali non furono destinati ad aumentare la capacità produttiva (che avrebbe permesso il rimborso dei prestiti), ma furono usati per finanziare i deficit della bilancia dei pagamenti e gli squilibri di bilancio. Ciò creò una spirale di dipendenza: qualsiasi problema che indebolisse il ritmo degli investimenti statunitensi minacciava la crescita delle economie europee.

9.2 Il crollo del 1929

La crisi iniziò alla fine del 1929 con lo scoppio della bolla finanziaria della Borsa di New York. È considerata una delle crisi più gravi dell'economia mondiale: durò quasi 3 anni e il recupero richiese quasi un decennio.

Cause della crisi

Le cause risiedono nella fragilità della ripresa degli anni '20 e possono essere riassunte come segue:

  • Fattori reali:
    • Dal lato dell'offerta: La sovrapproduzione nel settore manifatturiero e delle materie prime provocò il crollo dei prezzi. Si creò un effetto di feedback negativo tra crisi industriale e crisi agricola.
    • Dal lato della domanda: Esisteva un vasto sottoconsumo. La produzione cresceva guidata dalle aspettative di profitto, ma la disoccupazione persisteva e la distribuzione del reddito era fortemente squilibrata (il 5% degli americani possedeva il 60% della ricchezza).
  • Fattori monetari: Il ripristino del gold standard e i flussi di capitali favorirono un'eccessiva inflazione del credito, finanziando la sovrapproduzione e la valutazione eccessiva delle attività finanziarie. Il calo della redditività provocò un'ondata di insolvenze, il fallimento delle banche e il panico finanziario negli Stati Uniti, diffondendo la crisi al resto del mondo.

Conseguenze

Nel 1931 la crisi era globale. Le conseguenze principali furono la disoccupazione di massa e il calo drastico della produzione e del commercio. La crisi colpì maggiormente i paesi con la crescita più rapida, come USA e Germania. Al contrario, l'Unione Sovietica registrò una crescita grazie al suo primo piano quinquennale. Gran Bretagna e Francia si trovarono in una posizione intermedia.

Il commercio internazionale subì un declino del 30% in volume e di quasi il 60% in valore. Nei paesi produttori di materie prime, il crollo dei prezzi (circa il 60%) causato dall'eccesso di offerta e dalla contrazione della domanda distrusse le economie basate sull'esportazione. Il tasso di disoccupazione raggiunse livelli senza precedenti: 40% in Germania e circa il 25% in USA e Gran Bretagna.

9.3 Le risposte alla crisi

Inizialmente, quasi tutti i paesi adottarono politiche di austerità (deflazione) volte a ridurre i costi di produzione, i salari e il credito. Si pensava che così le imprese più efficienti avrebbero resistito, ma questa strategia aggravò la crisi favorendo il sottoconsumo e sbilanciando il bilancio pubblico a causa della diminuzione delle entrate fiscali.

Il fallimento di queste strategie portò i governi a intervenire più attivamente nell'economia. Ecco gli esempi più significativi:

  • Gran Bretagna: Abbandonò il paradigma liberale e il gold standard, svalutando la sterlina. Introdusse misure protezionistiche e tariffe doganali per proteggere la produzione nazionale, segnando il passaggio della leadership finanziaria agli Stati Uniti.
  • Stati Uniti (New Deal): Il programma di Roosevelt segnò una svolta. Basato sull'idea che il problema fosse il sottoconsumo, mirò a stimolare la domanda. Si svalutò il dollaro per favorire le esportazioni e si introdussero controlli sulle banche. In agricoltura si limitò l'offerta con indennità e sussidi; nell'industria si cercò di mantenere i salari e ridurre l'orario di lavoro, promuovendo al contempo la concentrazione industriale.
  • Svezia: I socialdemocratici puntarono su una politica di investimenti pubblici per stimolare domanda e produzione. Il sistema permise una crescita moderata dei salari e il reinvestimento dei benefici aziendali, sostenuto da una tassazione che alimentava il bilancio statale. Questo modello di concertazione tra sindacati e datori di lavoro gettò le basi per il moderno Stato sociale (Welfare State).

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