Giacomo Leopardi e il Romanticismo Italiano: Vita, Opere e Pensiero

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La Cultura del Neoclassicismo e del Romanticismo

Neoclassicismo e Preromanticismo

La cultura del Settecento era stata dominata da un pensiero di impronta razionalista: la corrente artistica che aveva tradotto più fedelmente questo orientamento era stata il Neoclassicismo. Il suo principale teorico, Johann Joachim Winckelmann, affermava che il compito dell’artista fosse quello di rappresentare nell’opera d’arte una nobile semplicità, sottoponendo l’emozione e gli impulsi irrazionali dell’animo umano al controllo della ragione, in un equilibrio di passione e compostezza. La realizzazione di questo ideale, secondo lo studioso, era rintracciabile nell’arte greca classica. Mentre l’indirizzo neoclassico è ancora prevalente, inizia a svilupparsi, in particolare nell’Europa settentrionale, una sensibilità incline a rappresentare l’intima psicologia del soggetto e i suoi stati d’animo come inquieti, impetuosi ed esasperati.

Questi fermenti preparano il terreno per il movimento romantico e sono per questo indicati con la categoria critica di Preromanticismo. All’esaltazione dei valori della compostezza e dell’autocontrollo si affiancano l’abbandono alle passioni. Emergono l’introspezione, l’emozione e un più spiccato individualismo.

Nella seconda metà del Settecento, emerge una sensibilità che afferma l’esigenza di una nuova "religione del cuore", in opposizione alla "fredda cultura della ragione".

La ribellione anticlassicistica proviene soprattutto dal movimento dello Sturm und Drang, ossia "tempesta e assalto". Fiorito intorno al 1770 a opera di pensatori e scrittori quali Friedrich Schiller (1759-1805) e Johann Wolfgang Goethe (1749-1832), lo Sturm und Drang rivaluta la fantasia come strumento di comprensione della realtà ed esalta la forza dell’individuo che sa esprimere con libera spontaneità le contraddizioni del proprio animo.

Il Romanticismo come nuovo modo di sentire

Il Romanticismo è una particolare sensibilità che coinvolge il pensiero, l’espressione artistica e lo stile di vita. È possibile cogliere alcuni caratteri fondamentali che si pongono in contrapposizione con la cultura e la mentalità dell’Illuminismo. Il Romanticismo rivaluta la fantasia, il sentimento e la vita soggettiva, proiettando sulla natura gli stati d’animo e le inquietudini della coscienza individuale. Esso inoltre considera la natura come "anima del mondo", ossia come un grande organismo vivente entro cui si manifesta l’Assoluto. Entrando in contatto con essa, l’uomo può attingere l’infinito. Un profondo senso di insoddisfazione coglie l’individuo quando si trova a misurare la distanza tra i propri desideri e le possibilità di realizzarli. Venute meno le certezze illuministiche, egli vive una sorta di scissione tra ideale e reale. Così l’artista romantico accentua la propria vocazione alla libertà. Avvertendo una frattura tra il proprio io e il mondo, l’intellettuale romantico considera la propria diversità come un privilegio e contemporaneamente come una dannazione.

Il popolo e la Storia

L’individualismo che anima gran parte degli artisti romantici genera una sorta di compiaciuta asocialità, come se l’enfasi con cui essi vivono la propria soggettività precludesse ogni possibilità di rapporto con gli altri. Il ribellismo, il rifiuto di accettare compromessi, l’insofferenza per la società borghese e l’aspirazione a una libertà assoluta tendono a sfociare nella solitudine del genio ribelle e dell’eroe maledetto. Il movimento romantico elabora un’originale visione politica basata su un vivo interesse per il passato, che porta alla valorizzazione di ogni fase della civiltà umana. Si spiegano così la rivalutazione del Medioevo, considerato come la radice delle tradizioni nazionali, popolari europee e cristiane.

La polemica tra Classicisti e Romantici in Italia

Il Romanticismo assume in Italia connotati specifici, derivanti in parte dalla tradizione letteraria del paese. La rivalutazione della cultura originaria del popolo italiano, la riscoperta della religiosità, l’esaltazione dell’eroismo individuale contro l’oppressione sono tutti motivi che, nel contesto italiano, portano alla sovrapposizione dei termini "romantico" e "patriota", destinati a diventare veri e propri sinonimi.

Assumono particolare rilevanza le pubblicazioni periodiche: nate con la funzione di diffondere la cultura presso un pubblico più ampio di quello tradizionale, diventano portavoce del dibattito politico. Esse si rivelano il luogo ideale per discutere di letteratura, ospitando il confronto-scontro tra le due fazioni: i difensori del Classicismo e i fautori di un processo di rinnovamento.

Sulla "Biblioteca italiana" venne pubblicato, nel gennaio del 1816, lo scritto che avvia la diffusione del Romanticismo nella penisola: "Sulla maniera e l'utilità delle traduzioni", traduzione di un lungo articolo presentato in forma di lettera e firmato da Madame de Staël (1766-1817), intellettuale francese di origini svizzere.

La lettera vuol essere un appello alle coscienze dei letterati italiani che, invece di confrontarsi con il nuovo, continuano a imitare la poesia dei maestri greci e latini, realizzando così prodotti letterari che non presentano più alcun elemento di interesse. La de Staël raccomanda agli italiani di vincere l’isolamento culturale, di rinunciare alla mitologia antica e di cominciare a tradurre le opere delle letterature inglese e tedesca.

L’invito solleva subito un’aspra polemica e determina la formazione di due schieramenti contrapposti: da una parte i Classicisti, sostenitori dei principi dell’arte classica; dall’altra i Romantici, concordi con le riflessioni di Madame de Staël e promotori di una cultura moderna.

La Vita di Giacomo Leopardi

L’ambiente familiare e la formazione

Nel 1798 nacque Giacomo Leopardi nel borgo di Recanati, ai confini di uno degli Stati più arretrati d’Italia, dal conte Monaldo, bibliofilo che possedeva una grande biblioteca ricca di opere classiche, filosofiche e teologiche, e da Adelaide Antici, madre poco incline alle manifestazioni d’affetto. Leopardi possedeva una grande intelligenza; inizialmente venne educato da precettori ecclesiastici, poi continuò la sua formazione come autodidatta. Questi sono gli anni che egli stesso definì come quelli dello "studio matto e disperatissimo". A questo periodo risalgono i suoi primi componimenti.

Le "conversioni" e l’infelicità del poeta

Leopardi nel 1817, quando non aveva ancora abbandonato le idee paterne, strinse amicizia con lo scrittore Pietro Giordani (1774-1848), che lo stimolò a un ampliamento di prospettive. È in questa fase che si può situare la "conversione letteraria", ossia il passaggio dalla fase di studio a quella della composizione creativa.

A soli vent'anni cominciò a non godere di buona salute. Nel frattempo, emersero i primi segni di insoddisfazione e di malessere, di cui accusava soprattutto il paese e l'ambiente in cui viveva. L'amicizia con Giordani gli fece prendere coscienza del desiderio di uscire dall'anonimato e confrontarsi con una cultura più ampia e moderna. Il bisogno di spezzare l'isolamento si tradusse nel progetto di abbandonare il paese; così, nel 1819, egli tentò invano una fuga da Recanati.

Anche la fede, impressa dalla madre, non lo sosteneva più: avvenne così la "conversione filosofica", che gli ispirò una nuova visione della vita, vicina alle tesi del materialismo settecentesco, alle quali resterà legato fino alla morte.

In cerca della libertà

Nel novembre 1822 Leopardi poté lasciare Recanati. La meta fu Roma, dove lo zio Carlo Antici sperava di fargli ottenere una sistemazione presso la Curia. Il progetto però non andò in porto e il soggiorno di Leopardi terminò nell’aprile del 1823: cinque mesi segnati dalla profonda amarezza nel constatare la distanza tra la città immaginata e quella reale. Al ritorno a Recanati, il poeta tracciò un primo bilancio della propria esistenza, straziato dalla sensazione di aver scoperto la propria solitudine.

Leopardi riversò negli scritti un pessimismo assoluto: il frutto di questo pensiero confluì nel primo gruppo di Operette morali, in prosa. Nel 1825 si recò a Milano, dietro invito dell'editore Stella, per curare una collana di opere classiche latine, ma la precarietà delle sue condizioni fisiche gli impedì di guadagnarsi da vivere; quindi, si trasferì a Bologna, dove si mantenne grazie a delle lezioni private e poi, dopo un'altra sosta a Recanati, a Firenze (dove conobbe Manzoni, intento ad adeguare i Promessi sposi alla lingua fiorentina), per poi soggiornare a Pisa, dove trascorse l'inverno del 1828.

Gli ultimi anni

Un gruppo di amici toscani lo invitò nuovamente a Firenze, promettendogli una rendita mensile per un anno. Tale soggiorno fiorentino sembrò riaccendere le illusioni sopite: Leopardi fu ospite di salotti raffinati, animati dalla presenza di dame intriganti. Tra queste, emerse la "Dama bellissima e gentilissima", Fanny Targioni Tozzetti. Il sentimento che la donna suscitò nel poeta fu il più appassionato che egli avesse mai provato, ma la speranza che il suo amore fosse ricambiato fu di breve durata: dopo la delusione di questa esperienza, Leopardi lasciò Firenze. Leopardi si trasferì a Roma insieme a un giovane amico, Antonio Ranieri, conosciuto nel 1827. Con lui, dopo un’ultima breve sosta fiorentina nel 1832, si recò a Napoli. Qui trascorse gli ultimi anni di vita. Le sue condizioni si aggravarono rapidamente e un malore lo uccise il 14 giugno 1837 a Napoli.

Le Opere di Giacomo Leopardi

La vocazione autobiografica attraversa tutta la produzione letteraria di Leopardi e si esprime in una vasta serie di opere.

Zibaldone di pensieri

Con quest'opera Leopardi riunì la grande mole delle sue annotazioni scritte dal 1817 al 1832: ben 4526 facciate.

Il termine "zibaldone" è un alterato di "zabaione" e indica una vivanda composta da una mescolanza di ingredienti diversi. Tale significato ci fa capire la natura apparentemente confusa di questo libro. Nello Zibaldone il poeta riversa e condensa i segmenti del suo pensiero. Gli appunti che vi possiamo leggere spaziano attraverso note di grammatica, critica letteraria, filologia, politica, filosofia e riflessione autobiografica.

Il carattere frammentario dell’opera sottolinea anche la non regolarità di tutto il suo pensiero: è come se il poeta, nel rifiutare ogni schema fisso e ordinato, avesse scelto di presentare proprio in questa forma la molteplicità delle sue esperienze.

Epistolario

L’Epistolario di Leopardi raccoglie più di 900 lettere, indirizzate ai familiari, ma anche a importanti personalità intellettuali dell’epoca.

Operette morali

La prima edizione delle Operette morali (scritte tra il 1824 e il 1827) uscì a Milano nel 1827 presso l’editore Stella e comprendeva 20 prose. Nel 1834 il libro venne ristampato dall’editore fiorentino Piatti con l’aggiunta di 5 testi composti tra il 1825 e il 1832. La versione definitiva, che comprende 24 prose, uscì postuma nel 1845, come primo volume delle Opere complete a cura di Antonio Ranieri. La stesura di queste prose, per la maggior parte dialoghi, si colloca in un periodo in cui il poeta concepisce la ragione come l’unico strumento per riconoscere la radice assoluta del male sofferto dagli uomini. Gli spunti da cui nascono le Operette sono diversi, ma rimandano tutti a questa concezione di profondo pessimismo materialistico.

Protagonisti delle Operette morali sono l’io del poeta e la sua visione della vita. Egli infatti affida alla varietà delle situazioni descritte una sorta di fenomenologia dell’infelicità: solo contro il mondo, fuori moda rispetto ai miti positivi e ottimistici, Leopardi assembla in questo repertorio del dolore le vicende che mostrano la durezza e lo strazio della condizione umana.

Il linguaggio delle Operette mantiene un’inconfondibile patina arcaica e una sintassi complessa, ravvivandosi però grazie alla novità dei pensieri. Vi è una mescolanza di stili che smorzano la drammaticità dell’argomentazione. Leopardi assembla in questo repertorio del dolore le vicende che mostrano la durezza e lo strazio della condizione umana.

I Canti

I Canti rappresentano l'esperienza fondamentale di tutta l’attività letteraria di Leopardi. Riflettono il suo doloroso percorso personale e offrono idee e prospettive di riflessione valide universalmente. I Canti parlano di illusioni giovanili, ricordi d'infanzia, angosce esistenziali, e del divario tra le aspirazioni dell'individuo e i limiti della realtà.

Nascita e sviluppo dell’opera

Leopardi in questa raccolta riunisce la gran parte delle sue composizioni poetiche apparse precedentemente in raccolte parziali. La scelta del titolo richiama i diversi momenti lirici che segnano la parabola poetica dell'autore, frammentata in una struttura aperta, che comprende temi diversi e forme varie.

Leopardi intitola Canti le sue poesie raccolte per la prima volta in un'editione del 1831, che conta 23 testi. Il titolo viene conservato anche in una successiva edizione del 1835, che giunge a 39 testi. Dopo la morte dell'autore, nel 1845 esce a Firenze un'edizione che comprende per la prima volta "Il tramonto della luna" e "La ginestra": il libro si attesta così definitivamente su 41 componimenti.

La struttura e i temi

  • Le canzoni giovanili (1818-1822): il primo gruppo di testi del libro comprende le canzoni All’Italia, Sopra il monumento di Dante e Ad Angelo Mai; esso corrisponde al periodo del pessimismo storico. Si tratta delle "canzoni civili", componimenti legati tra loro dalla tematica patriottica. Il poeta si propone di scuotere gli italiani dal torpore mostrando indignazione per la decadenza morale e civile dell'Italia.

    Leopardi rievoca alcuni grandi italiani del passato: tramite la figura di Petrarca, introduce i motivi della noia e della vacuità esistenziale, mentre con il personaggio di Colombo si affaccia il tema delle illusioni. È con Tasso, però, che il poeta si relaziona con maggiore affetto, considerandolo un vero e proprio Alter Ego per aver provato anche egli la delusione amorosa.

    Nei testi successivi l’iniziale immagine positiva della natura lascia il posto a una più sofferta meditazione sul vero. In questi componimenti Leopardi si sofferma a riflettere sull'infelicità dell'uomo moderno, individuandone la ragione in una motivazione storica. Allo stesso tempo, però, il poeta acquista consapevolezza che il dolore costituisce una condizione esistenziale che domina la vita umana.

  • I "piccoli idilli" (1819-1821): Leopardi compone i "piccoli idilli", che nella struttura dei Canti vengono proposti come gruppo a sé. Al carattere civile e filosofico delle canzoni subentrano una più profonda confessione personale e una più accentuata disposizione all’analisi dei moti interiori dell'anima. Il termine "idillio" proviene da un vocabolo del greco antico (eidyllion) che significa "piccola immagine". Leopardi rielabora questo genere classico in modo del tutto personale: egli offre la rappresentazione di un aspetto del mondo esterno che viene cantato per il significato che assume nell'animo del poeta mentre lo osserva.
  • I "grandi idilli" (1828-1830): fra i "piccoli idilli" e i "grandi idilli" c'è una parentesi quinquennale: è infatti il periodo in cui Leopardi scrive gran parte delle Operette Morali. In questi anni il poeta compone soltanto due liriche: la canzone Alla sua donna, incentrata sul tramonto della speranza amorosa, e l’epistola in versi Al Conte Carlo Pepoli, in cui dichiara di rinunciare alle illusioni, con il proposito di dedicarsi allo studio del "vero". Il ritorno alla poesia avviene nel 1828 e dà origine ai "grandi idilli", detti anche "canti pisano-recanatesi".

    Con essi tornano l'impostazione strutturale e le modalità espressive dei "piccoli idilli": tuttavia il poeta appare meno coinvolto dalla realtà immediata. La dolcezza dei ricordi e dei sogni giovanili è fortemente temperata dall'amaro distacco determinato dalla ragione. Scompaiono i toni tragici, mentre emerge uno stato d'animo che medita con lucidità sul tradimento della natura (matrigna) indifferente alla sorte dei suoi figli. In questa poesia affiorano il triste ricordo delle cose passate, la rievocazione della giovinezza, la nostalgia di una felicità perduta e la caduta di sogni e sentimenti.

  • L’ultima fase della poesia leopardiana (1831-1837): dopo aver lasciato definitivamente Recanati, Leopardi compone le liriche del "ciclo di Aspasia". Si tratta di cinque testi, scritti tra il 1831 e il 1834, nei quali il poeta esprime l'amaro disinganno amoroso in seguito al tramonto definitivo della passione per la nobildonna Fanny Targioni Tozzetti. In questi testi è possibile notare un nuovo tono della poesia leopardiana, più combattivo e polemico. Si tratta di una sorta di poesia-pensiero che trova la propria originalità nel procedere argomentativo.

    Al soggiorno napoletano appartengono le "canzoni sepolcrali", incentrate sul tema della morte. In quest'ultima fase Leopardi pronuncia un messaggio di solidarietà tra gli uomini contro la natura matrigna: l'individuo è chiamato ad accettare la propria condizione e la realtà dell'esistenza, senza sottomettersi passivamente al destino.

Lo stile: le scelte metriche e lessicali

La poesia di Leopardi presenta diversi motivi di novità sul piano stilistico, linguistico e metrico, al punto che egli può essere considerato in Italia il primo grande poeta "moderno".

Per quanto riguarda il piano metrico, dopo le "canzoni giovanili", con i "piccoli idilli" il poeta opta per gli endecasillabi sciolti, cioè privi di rime e dunque capaci di adattarsi a una poesia più libera dal punto di vista strutturale. Egli ottiene una grande spontaneità di immagini, una chiarezza di espressione e una musicalità dei versi.

La svolta successiva si ha con i "grandi idilli", nei quali si assiste a un'alternanza di endecasillabi e settenari che non risponde a criteri stabiliti in partenza.

Un altro aspetto rilevante riguarda il linguaggio. La lingua della lirica leopardiana è quella più tradizionale. Spesso è una lingua preziosa, ricca di latinismi, grecismi, petrarchismi, dantismi e di termini usati dai poeti tra Cinque e Settecento. Tuttavia Leopardi amplia il lessico dei suoi testi inserendo termini non conformi alla lingua comune della poesia del suo tempo. Ciò accade soprattutto negli idilli, ma anche nei canti napoletani.

Testi Studiati

La felicità non esiste – Zibaldone, [165-167]

Secondo Leopardi, il desiderio del piacere è radicato all’esistenza; però, essendo illimitato, è destinato a non trovare mai soddisfazione: prima o poi tutti i piaceri reali finiscono per essere deludenti.

Egli, dalla cultura illuministica, ereditò la concezione della vita come ricerca della felicità, raggiungibile attraverso il piacere materiale. Purtroppo tale ricerca si rivela poi irrisolta: il piacere infatti rimane un'aspirazione irraggiungibile e non diventa mai realtà. Quando sembra che esso sia realizzabile, l'uomo va incontro alla delusione. Nell'aspirazione a una felicità infinita è possibile cogliere un'influenza del pensiero romantico. Questa aspirazione, che non può essere né eliminata né gratificata, si tramuta così in frustrazione e in un vuoto nell'anima, destinato a non essere colmato mai.

Dialogo della Natura e di un Islandese – Operette Morali, 12

Composta nel maggio 1824, l'opera sviluppa un confronto tra la natura, sotto forma di una statua colossale, e un islandese, che chiede ragione dei mali cui non riesce a sfuggire e che, nel suo viaggiare, ha visto colpire tutte le parti dell'universo. Leopardi sceglie un anonimo personaggio proveniente da una terra inospitale dove la potenza e la crudeltà della natura appaiono più chiaramente attraverso i fenomeni vulcanici che la caratterizzano.

Dopo un lungo vagabondare, l'islandese incontra la personificazione della Natura, la quale gli rivolge alcune domande per conoscere le ragioni della sua fuga. Nasce un dialogo surreale, in cui l'autore esprime il nucleo fondamentale della propria filosofia, riassumibile nel concetto secondo il quale l'uomo non è stato creato per essere collocato al centro del mondo. Né il viaggio né la fuga possono soddisfare il desiderio di conoscere una realtà diversa da quella che si manifesta a tutti gli uomini. Si può infatti sfuggire ai mali causati dagli altri uomini, ma non da quelli provocati dalla natura. L'argomentazione della Natura è spietata nella sua impassibilità: la sua indifferenza rispetto alla sorte dei suoi figli non ammette eccezioni e il suo unico scopo è quello di osservare il succedersi di nascita e morte. Infine vi è un doppio finale in cui l'islandese o viene divorato da due leoni, o viene travolto dal vento e trasformato in una mummia. In ogni caso la sua sorte conferma il ruolo della natura in relazione agli esseri umani: nel primo caso l’Islandese fa parte del circuito naturale; nel secondo gli è stato concesso di vivere quietamente, ma privato dell'umanità.

Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere – Operette Morali, 23

L’operetta è ambientata in città, nei giorni che precedono la fine di un anno e l'inizio di quello nuovo. Un venditore di calendari intercetta un possibile cliente, un viandante con cui inizia un dialogo, che si rivela via via sempre più impegnativo. Infatti, nell’apparente semplicità delle battute, si aprono i temi della riflessione leopardiana, dall’inconsistenza della felicità, all'insensata ciclicità del tempo sempre uguale a sé stesso, fino alla concezione del piacere come "attesa".

Si tratta di due personaggi simbolici: il passeggere rappresenta l'uomo di pensiero che, dopo un numero sufficiente di anni e di esperienze, interroga l'interlocutore per aprire gli occhi sul carattere ingannevole di ogni speranza futura; il venditore è l'immagine del sempliciotto che non sa trarre le giuste conclusioni del proprio vivere, preferendo rimanere nell'inconsapevolezza. Messo alle strette dalle domande del passeggere, il venditore ammette di non voler tornare indietro per rivivere ciò che ha già vissuto, ma si accontenta di rimandare il proprio desiderio di felicità a un impossibile domani migliore. Dall'altra parte, lo stesso passeggero non si lascia vincere dall'indignazione: la pietà per gli errori di un'umanità da commiserare lo spinge a non far scoppiare la bolla in cui vive il venditore, finendo per acquistare il calendario e congedarsi con un augurio di futura vita felice.

Ultimo canto di Saffo – Canti, 9

A parlare in prima persona è Saffo, che secondo una leggenda si era innamorata di un giovane di nome Faone e, non ricambiata, si uccise gettandosi dalla rupe di Leucade.

Lo sfogo di Saffo si sviluppa in una lirica nella quale il poeta rappresenta l’infelicità di un animo sensibile. L’io poetico lamenta il disprezzo con il quale lo ha trattato la natura. Saffo cerca conforto in uno scenario che assomiglia al proprio cuore, e trova appagamento nella contemplazione di spettacoli cupi e tenebrosi. Tuttavia ciò non basta a placare la sua ansia, la quale sfocia nel monologo infelice di una creatura che si sente abbandonata dalla natura. L'unica certezza è l'infelicità, aumentata dalle inutili domande su quale sia stato il peccato che l'ha condannata. Da qui il desiderio di morte con cui si conclude il canto, come un atto di protesta contro la stoltezza del destino.

Il passero solitario – Canti, 11

Composta probabilmente nel 1829, questa lirica verrà posta da Leopardi come premessa ai "piccoli idilli". Osservando il comportamento di un uccellino schivo e solitario, il poeta riflette sulla propria diversità rispetto ai coetanei.

Il testo presenta una struttura lineare, nella quale si chiarisce il confronto tra l’io lirico e il passero, al quale il poeta si rivolge come se fosse un interlocutore reale. Nella prima strofa, esso viene descritto mentre, all’ora del tramonto, dall'alto del campanile del villaggio, diffonde il proprio canto sul paesaggio circostante, senza partecipare ai voli degli altri uccelli. Nella seconda strofa l'autore si sofferma sulla propria condizione, cogliendo la somiglianza tra il comportamento solitario del passero e il proprio. Anch'egli, infatti, non condivide la gioia dei suoi coetanei: mentre i giovani del paese si incontrano nelle strade per trascorrere in compagnia il giorno di festa, il poeta si aggira da solo nella campagna. La terza ed ultima strofa evidenzia invece la profonda differenza tra la natura del passero e la consapevolezza di un uomo: il comportamento del passero, privo di coscienza, è conforme alla sua indole, e quindi non gli susciterà rimpianti; la scelta del poeta, invece, lo condurrà ad un doloroso pentimento quando non gli sarà più possibile riempire l'esistenza di affetti e speranze.

L’infinito – Canti, 12

Questa lirica, composta nel 1819, apre la serie dei cinque "Piccoli Idilli". Essa non descrive e non racconta situazioni o fatti specifici, ma si presenta piuttosto come la rivelazione di un momento intimo della vita spirituale del poeta.

La poesia racchiude un’esperienza del pensiero e una sensazione dell’anima. Al poeta, solo sul monte Tabor a Recanati, una siepe impedisce la vista di buona parte dell'orizzonte: è proprio questo ostacolo a suscitare in lui l'immaginazione di ciò che sta al di là di essa e, allo stesso tempo, la riflessione sull'ebbrezza dello svariarsi in un'immensità che si può percepire. Leopardi esprime all'inizio il passaggio dallo spazio circoscritto allo spazio indefinito: la siepe infatti gli limita la visuale, ma gli rende più facile il fantasticare; essa rappresenta una barriera tra lui e il mondo esterno, capace però di innescare la fantasia. Il verso 8 divide in modo netto il componimento e introduce il recupero della dimensione dell’infinito sul piano temporale. L’improvviso frusciare del vento riporta il poeta alla realtà e alla riflessione sulle cose terrene. Però, allo stesso tempo, come la siepe gli aveva suggerito l'idea dell'infinito spaziale, così il passaggio da una sensazione acustica reale a un'altra indeterminata gli suscita l'idea dell'eternità, cioè di un infinito temporale.

La sera del dì di festa – Canti, 13

Questo idillio, composto a Recanati nel 1820, affronta il motivo dell’estraneità del poeta alle gioie della giovinezza e il tema della fuga del tempo che porta tutto via con sé.

La visione di una notte dominata dalla luce della luna è interrotta dal pensiero di una figura femminile. A lei, che dorme serena, si contrappone l’io lirico, portato dalla natura a provare il desiderio amoroso, ma incapace di realizzarlo. Il confronto accentua la consapevolezza del proprio destino esistenziale: a differenza della donna, che sta sognando gli svaghi e gli incontri con gli altri giovani, egli si trova escluso da tale gruppo. Tuttavia lo sfogo emotivo del poeta passa dalla sfera personale a una riflessione più ampia sul mondo e sulla vita umana in generale. Il giorno di festa è destinato a finire come tutti gli altri nel grigiore dell'oblio: allo stesso modo perfino le imprese degli antichi e la loro fama vengono cancellate dal silenzio del presente.

A Silvia – Canti, 21

Composta a Pisa nel 1828, questa canzone inaugura la serie dei cinque componimenti pisano-recanatesi, nei quali dal quadro d'ambiente si passa alla nostalgica rievocazione delle dolci illusioni poi perdute a contatto con la realtà.

Il poeta rievoca la figura di Silvia, una giovane coetanea di Recanati, e ripensa a quando lei lavorava al telaio mentre cantava; contemporaneamente egli studiava sui libri, ed entrambi erano accomunati dal sogno di un bel futuro. Il sopraggiungere della verità ha spento però i comuni sogni della giovinezza: per la ragazza è giunta presto la morte; al poeta la natura invece ha consentito di continuare a vivere, ma vedendo cadere a una a una le promesse da essa ricevute. Nonostante la costruzione poetica del canto sia condotta intorno alla figura femminile, invocata nell'incipit, il suo ruolo acquista progressivamente un significato universale. Allo stesso tempo, però, la morte di Silvia le conferisce anche un altro valore simbolico: la vicenda esemplare della ragazza simboleggia la separazione dell'uomo moderno dalla vita della natura. In questo modo, il destino della giovane riassume quello di tutte le persone: Silvia diventa una sorta di allegoria della morte stessa, non solo di quella fisica, ma anche di quella delle speranze e delle illusioni.

Canto notturno di un pastore errante dell’Asia – Canti, 23

Scritto tra l'ottobre del 1829 e l'aprile del 1830, è l'ultimo canto pisano-recanatese a essere composto e approfondisce la meditazione leopardiana sull'esistenza della vita umana, facendo parlare in prima persona il personaggio fittizio di un pastore nomade.

Leopardi narra di aver letto su una rivista scientifica francese il resoconto di un viaggiatore russo nelle steppe dell'Asia centrale, nel quale si raccontava che i pastori abitanti in quelle regioni "trascorrono la notte seduti su un sasso a contemplare la luna, e a improvvisare parole molto tristi su arie che non lo sono meno". Il poeta sceglie di affidare il proprio pensiero a un pastore, cioè a un alter ego immerso in un tempo indefinibile. Dando la propria parola a un pastore nomade dell'Asia, il poeta rivolge alla luna ansiose domande sul senso della vita umana e sul mistero dell'universo. L'interrogazione presenta subito una contraddizione rivelatrice: il «Dimmi» del verso 1, replicato nei versi 16 e 18, si scontra infatti con il primo attributo conferito alla luna, silenziosa. Successivamente il pastore si rivolge con la stessa supplica al gregge, che ritiene più felice dell'uomo, poiché è inconsapevole e dunque libero dalla noia che opprime gli esseri umani. Infine, nell'ultima strofa, egli immagina una felicità che potrebbe essere possibile se solo la sua condizione fosse diversa. Ma subito dopo la constatazione della realtà lo porta a concludere che la vita è fatale per ogni essere, sia che si tratti di un individuo sia che si tratti di un animale.

La quiete dopo la tempesta – Canti, 24

Finito il temporale, in un villaggio (Recanati), la natura si rasserena e con essa anche gli uomini. Il mondo sembra essere più bello: il piacere è per Leopardi nient'altro che la cessazione del dolore.

Con l’infierire della tempesta, la vita del villaggio si era come fermata. Ora che il temporale è passato, tornano i rumori, segno che la vita riprende. Il primo annuncio è dato dagli animali. Anche gli uomini ricominciano il lavoro che era stato interrotto a causa della preoccupazione e della paura. In questo quadro sereno si innesta, nella seconda strofa, la riflessione dell'autore. Se ora si gioisce, è soltanto perché prima si è temuto e si è stati in preda a uno spavento. Il piacere in sé non esiste in positivo, ma soltanto in negativo: è un intervallo tra un dolore e quello successivo. Nella terza strofa, il poeta rivolge una prima apostrofe alla natura, colpevole di non favorire i suoi figli e di non mantenere le promesse fatte loro, e una seconda apostrofe agli uomini, che si ritengono prediletti dagli Dei, mentre la loro unica felicità coincide con la morte.

Il sabato del villaggio – Canti, 25

In questa poesia, Recanati rappresenta un "microcosmo" utile a raffigurare una conditione esistenziale che riguarda tutti gli individui.

Il piacere, in questa poesia, è quello che precede la festa. Il testo si conclude con una nota affettuosa rivolta agli adolescenti affinché godano della gioia speranzosa del sabato della vita. Come il sabato è infatti il giorno più lieto della settimana, così l’adolescenza è il periodo più sereno dell'esistenza. Ma, come poi la domenica trascorrerà triste e vuota, allo stesso modo la maturità della vita si rivelerà deludente; infatti, anziché portare i beni e la felicità sperata, si rivelerà fonte di dolore. Dunque l'unica gioia che ci è concessa è quella dell'attesa. Leopardi parte dall'idillio, cioè dalla descrizione di uno spettacolo familiare, e giunge a una meditazione filosofica sulla vita e sul destino degli uomini. Già nella prima strofa, incentrata sulla narrazione della gioia delle persone che attendono la domenica, vengono introdotte immagini dal significato simbolico.

A se stesso – Canti, 28

Scritto nel 1833, è il testo più duro e disperato del "ciclo di Aspasia". Costituisce l'appello finale del poeta al proprio cuore. In esso Leopardi sviluppa il tema della disillusione amorosa, a partire dall'esperienza di una passione non corrisposta, quella per Fanny Targioni Tozzetti.

Svanita la possibilità di una relazione con la donna amata, il poeta, rivolgendosi al proprio cuore, esprime una visione sconsolata della vita e lo esorta a non tenere più in alcun conto i sentimenti, che non sono altro che illusioni. Leopardi rivolge una sorta di imprecazione contro una forza del male che a suo giudizio regge il destino umano, presiedendo allo svolgersi di ogni vita.

La ginestra o il fiore del deserto – Canti, 34

Scritto nel 1836 durante il soggiorno in una villa sulle falde del Vesuvio, questa poesia rappresenta l’esito finale della filosofia leopardiana. Il componimento è una sorta di testamento spirituale da consegnare ai posteri (coloro che vengono dopo), la meditazione estrema di un poeta che si appella all'umanità affinché abbandoni ogni orgoglio e si unisca contro la sua vera nemica, la natura.

"La Ginestra" è il canto di Leopardi più esteso e più importante dal punto di vista dell'impegno ideologico: la sua riflessione tutta negativa si propone come un nuovo fondamento della vita e della civiltà, indicando una possibile forma di resistenza per l'umanità. Al termine del suo viaggio intellettuale il poeta intende presentare un messaggio che sintetizza il proprio progetto di una morale coerente con un pensiero materialistico e contrario a ogni illusione. La meditazione morale e il suo approdo conclusivo passano attraverso una lunga serie di immagini e una complessa sequenza di concetti che rendono compatto lo svolgimento del discorso.

Dopo averla già vista a Roma, il poeta ritrova alle falde del Vesuvio la ginestra, che, amante dei luoghi tristi e abbandonati, sembra comprendere le sofferenze altrui. Attorno al Vesuvio essa fiorisce in pianure deserte, un tempo sedi di attività agricole e di città popolose. Coloro che hanno una visione positiva della vita umana dovrebbero recarsi in quei luoghi per capire quanto poco la natura abbia a cuore il genere umano. Essa, infatti, con un piccolo sforzo può annientare in parte le opere degli uomini e anche gli stessi esseri viventi.

Infine il discorso torna al punto di partenza: il poeta si rivolge nuovamente alla Ginestra, meditando sulla sua situazione. Anche essa, prima o poi, dovrà soccombere ancora una volta all’attività distruttiva del vulcano, ma si piegherà sotto la lava senza protestare. Leopardi ammira infatti proprio l’umiltà della ginestra. Il messaggio di Leopardi è chiaro: la constatazione del dolore e dell'infelicità che avvolgono la vita umana non deve condurre né alla falsa opinione di una possibile immortalità né a una resa arrendevole, ma a un'accettazione dignitosa del destino.

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