Quintiliano e l'Institutio Oratoria: Il Modello dell'Oratore Ideale

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L'Institutio Oratoria di Quintiliano: Il Capolavoro della Retorica Latina

Il capolavoro di Quintiliano — dedicato a Vittorio Marcello per l'educazione del figlio Geta — è l'"Institutio oratoria" (93-96 d.C.). Il titolo dell'opera proviene dallo stesso autore, da un'espressione contenuta in una lettera al suo editore Trifone, posta come premessa dell'opera. Si tratta di un vero e proprio manuale sistematico di pedagogia e di retorica, suddiviso in 12 libri e pervenutoci integro.

Struttura e Contenuto dei 12 Libri

  • Il Libro I fa parte a sé e tratta di problemi vari di pedagogia relativi all'istruzione "elementare" (una novità assoluta nel panorama culturale antico): dalla scelta del maestro al modo di insegnare i primi elementi di scrittura e lettura, dalla questione se sia più utile l'istruzione pubblica o privata, al modo di riconoscere e invogliare le capacità dei singoli discepoli.
  • Il Libro II, invece, chiarisce la didattica del rètore, consiglia la lettura di autori "optimi", né troppo antichi né troppo moderni, ed esorta gli scolari ad impostare le loro declamazioni attinenti alla vita reale (che puntassero comunque alla "sostanza delle cose"), con un linguaggio semplice e appropriato.
  • I Libri dal III al VII trattano dell'"inventio" e della "dispositio", cioè lo studio degli argomenti da inserire nelle cause e l'arte di distribuirli.
  • I Libri dall’VIII al X si occupano dell'"elocutio", ovvero della scelta dello stile e dell’orazione.
  • Il Libro X insegna i modi di acquisire la "facilitas", cioè la disinvoltura nell’espressione. Prendendo in esame gli autori da leggere e da imitare, Quintiliano inserisce qui un famoso excursus storico-letterario sugli scrittori greci e latini — di uguali meriti — preziosa testimonianza sui canoni critici dell’antichità, sebbene i giudizi abbiano un carattere esclusivamente retorico.
  • L’XI libro parla della "memoria" e dell’"actio", cioè dell’arte di tenere a mente i discorsi e di porgerli.
  • Il Libro XII (la parte "longe gravissimam", ovvero di gran lunga più impegnativa dell'opera) presenta, infine, la figura dell’oratore ideale: le sue qualità morali, i princìpi del suo agire e i criteri da osservare.

Il Progetto Educativo e la Paidèia

L'"Institutio oratoria" si delinea come un programma complessivo di formazione culturale e morale, scolastica e intellettuale, che il futuro oratore deve seguire scrupolosamente dall’infanzia fino al momento in cui avrà acquistato qualità e mezzi per affrontare un uditorio. Il termine "institutio" sta ad indicare, propriamente, "insegnamento, educazione, istruzione", tal che potremmo renderlo anche col profondo termine greco di "paidèia".

Questo progetto nasce in risposta alla corruzione contemporanea dell’eloquenza, che Quintiliano vede in termini moralistici e per la quale addita come rimedi il risanamento dei costumi e la rifondazione delle scuole. Soprattutto, egli propugnò il criterio di ritornare all'antico, alle fonti della grande eloquenza romana, i cui onesti principi erano stati sanciti dall'oratoria di Catone e la cui perfezione era stata toccata da Cicerone.

Le Fonti e l'Obiettivo Formativo

Le fonti dell'opera furono, quasi certamente, la "Retorica" d'Aristotele e gli scritti retorici di Cicerone. Tuttavia, a differenza di quest'ultimo, egli intende formare non tanto l'uomo di stato, guida del popolo, ma semplicemente e principalmente l'"uomo". Di conseguenza, mentre le analisi ciceroniane s'incentravano nell'ambito strettamente letterario e larvatamente politico, Quintiliano affronta le questioni con un'ampiezza di orizzonti culturali e motivazioni pedagogiche tale da proporsi come un unicum nella storia letteraria latina.

L'Utopia dell'Oratore "Totale"

Pur nella nuova situazione politica di un impero unitario e pacificato, Quintiliano ripropone il modello di oratore di età repubblicana, di stampo catoniano-ciceroniano. Il vero scopo dell'autore risiede nel recupero dell’oratoria per un nuovo spazio di missione civile. In questo contesto si risolve la problematica dei rapporti fra oratore e principe tracciata nel XII libro, talvolta tacciata ingiustamente di servilismo.

Non si dimentichi che Quintiliano doveva molto alla dinastia Flavia (in particolare a Domiziano) e apparteneva a quel mondo di "provinciali" che vedevano nell'imperatore il simbolo dell'ordine e del benessere. L'oratore perfetto deve avere una conoscenza "enciclopedica" (filosofia, scienza, diritto, storia), ma dev'essere anche un uomo onesto: "optima sentiens optimeque dicens" o, come disse già Catone, un "vir bonus dicendi peritus".

Tuttavia, nel predicare questo ritorno a Cicerone, Quintiliano non si rende conto che ciò esigeva anche il ritorno alle condizioni di libertà politica di quel tempo: in ciò risiede il segno più evidente del carattere antistorico e utopistico del classicismo da lui vagheggiato.

Lo Stile e il Recupero Formale

Nel suo tentativo di recupero formale della retorica, Quintiliano si oppone da un lato agli eccessi del "Nuovo Stile" della prosa senecana (Seneca è uno dei suoi bersagli preferiti) e allo stile acceso delle declamazioni (che mirano a "movere" più che a "docere"). Dall’altro, rifiuta il gusto arcaico troppo scarno.

Propone il modello di Cicerone come esempio di sanità di espressione e saldezza di costumi, reinterpretato ai fini di un’ideale equidistanza fra asciuttezza e ampollosità, ovvero un equilibrato contemperamento dei tre stili: "subtile", "medium" e "grande". L’autore, però, sia in teoria sia nella pratica della sua prosa, testimonia comunque alcune concessioni al nuovo gusto per l’irregolarità e per il colore vivace.

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