Seneca: La Visita al Podere e il Tempo della Vita

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La Visita di un podere suburbano

[1] Quocumque me verti, argumenta senectutis meae video. Dovunque mi giro, vedo argomenti della mia vecchiaia. Veneram in suburbanum meum et querebar de impensis aedificii dilabentis. Ero andato nella mia villa fuori città e mi lamentavo delle spese dell'edificio in rovina. Ait vilicus mihi non esse neglegentiae suae vitium, omnia se facere, sed villam veterem esse. Il fattore mi dice che non è colpa della sua negligenza, che lui fa tutto, ma la villa è vecchia. Haec villa inter manus meas crevit: quid mihi futurum est, si tam putria sunt aetatis meae saxa? Questa villa crebbe tra le mie mani: che cosa accadrà a me, se i sassi della mia età sono così fradici?

[2] Iratus illi proximam occasionem stomachandi arripio. Arrabbiato con lui colgo la prima occasione di sfogarmi. «Apparet», inquam, «has platanos neglegi: nullas habent frondes. «Si vede», dico, «che questi platani sono trascurati: non hanno foglie. Quam nodosi sunt et retorridi rami, quam tristes et squalidi trunci! Quanto nodosi e secchi sono i rami, quanto tristi e squallidi i tronchi! Hoc non accideret si quis has circumfoderet, si irrigaret.» Questo non accadrebbe se qualcuno le zappasse intorno, se le irrigasse». Iurat per genium meum se omnia facere, in nulla re cessare curam suam, sed illas vetulas esse. Giura sul mio genio che lui fa tutto, che in nessuna cosa la sua cura viene meno, ma che quelle sono vecchie. Quod intra nos sit, ego illas posueram, ego illarum primum videram folium. Rimanga fra noi: sono stato io a piantarle, io a vederne le prime foglie.


La Visita di un podere suburbano

[3] Conversus ad ianuam «quis est iste?» inquam, «iste decrepitus et merito ad ostium admotus? Foras enim spectat. Rivoltomi verso la porta: «Chi è costui?», dico, «questo decrepito e giustamente avvicinato all'ingresso? Infatti guarda fuori. Unde istunc nanctus es? Quid te delectavit alienum mortuum tollere?» Da dove l'hai fatto venire? Che piacere ti ha preso di far seppellire un morto altrui?». At ille «Non cognoscis me?» inquit; «Ego sum Felicio, cui solebas sigillaria afferre; ego sum Philositi vilici filius, deliciolum tuum». Ma quello: «Non mi riconosci?», dice; «Io sono Felicione, al quale eri solito portare le statuette; io sono il figlio del fattore Filosito, il tuo compagno di giochi». «Perfecte», inquam, «iste delirat: pupulus etiam delicium meum factus est? Prorsus potest fieri: dentes illi cum maxime cadunt.» «Costui», dico, «è completamente fuori di senno: uno spauracchio è diventato anche il mio beniamino? Certamente può capitare: gli cadono proprio adesso i denti».


La Visita di un podere suburbano

[4] Debeo hoc suburbano meo, quod mihi senectus mea quocumque adverteram apparuit. Devo questo alla mia villa fuori città: dovunque mi fossi girato, mi è apparsa evidente la mia vecchiaia. Complectamur illam et amemus; plena est voluptatis, si illa scias uti. Abbracciamola e amiamola; è piena di piacere, se sai sfruttarla. Gratissima sunt poma cum fugiunt; pueritiae maximus in exitu decor est; deditos vino potio extrema delectat, illa quae mergit, quae ebrietati summam manum imponit. Gratissimi sono i frutti quando se ne vanno; la bellezza della fanciullezza è massima alla sua fine; a quelli che sono dediti al vino piace l'ultimo bicchiere, quello che inebria, che dà l'ultimo ritocco all'ubriachezza;

[5] quod in se iucundissimum omnis voluptas habet in finem sui differt. Ciò che di più piacevole ogni piacere ha in sé, lo differisce alla fine di sé. Iucundissima est aetas devexa iam, non tamen praeceps, et illam quoque in extrema tegula stantem iudico habere suas voluptates; aut hoc ipsum succedit in locum voluptatium, nullis egere. È piacevolissima l'età già in discesa, che tuttavia non precipita, e anche quella che sta sull'ultima tegola penso che abbia i suoi piaceri; oppure proprio questo subentra al posto dei piaceri: non sentire bisogno di nessun piacere. Quam dulce est cupiditates fatigasse ac reliquisse! Quanto è dolce aver esaurito e abbandonato le passioni!


Come trattare gli schiavi

(1) Libenter ex iis qui a te veniunt cognovi familiariter te cum servis tuis vivere: hoc prudentiam tuam, hoc eruditionem decet. Con piacere ho saputo da coloro che vengono da te che vivi familiarmente con i tuoi schiavi: questo si addice alla tua saggezza, questo alla tua cultura. «Servi sunt.» Immo homines. «Sono schiavi». Anzi, uomini. «Servi sunt.» Immo contubernales. «Sono schiavi». Anzi, compagni di vita. «Servi sunt.» Immo humiles amici. «Sono schiavi». Anzi, umili amici. «Servi sunt.» Immo conservi, si cogitaveris tantundem in utrosque licere fortunae. «Sono schiavi». Anzi, compagni di schiavitù, se terrai presente che altrettanto è concesso alla sorte nei confronti di entrambi.

(2) Itaque rideo istos qui turpe existimant cum servo suo cenare: quare, nisi quia superbissima consuetudo cenanti domino stantium servorum turbam circumdedit? Perciò rido di costoro che reputano disdicevole cenare con il proprio schiavo: per quale motivo, se non perché una superbissima consuetudine ha collocato una folla di schiavi che stanno in piedi attorno al padrone che cena? Est ille plus quam capit, et ingenti aviditate onerat distentum ventrem ac desuetum iam ventris officio, ut maiore opera omnia egerat quam ingessit. Quello mangia più di quanto il suo corpo contiene e con smodata avidità carica il ventre, ormai disabituato alla propria funzione, tanto che deve espellere tutto con maggior fatica di quanto ha ingerito.


Come trattare gli schiavi

(4) At infelicibus servis movere labra ne in hoc quidem ut loquantur, licet; virgā murmur omne compescitur, et ne fortuita quidem verberibus excepta sunt, tussis, sternumenta, singultus; magno malo ullā voce interpellatum silentium luitur; nocte totā ieiuni mutique perstant. Invece agli sventurati schiavi non è consentito muovere le labbra nemmeno per parlare: ogni bisbiglio è represso con il bastone, e neppure i rumori involontari, tosse, starnuti, singhiozzi, sono esenti da percosse; con un grave castigo viene punito il silenzio interrotto da qualche parola; per tutta la notte restano in piedi, digiuni e muti. Sic fit ut isti de domino loquantur quibus coram domino loqui non licet. Così accade che parlino del padrone costoro ai quali non è permesso parlare in sua presenza. At illi quibus non tantum coram dominis sed cum ipsis erat sermo, quorum os non consuebatur, parati erant pro domino porrigere cervicem, periculum imminens in caput suum avertere; in conviviis loquebantur, sed in tormentis tacebant. Invece quelli ai quali era concessa la parola non solo in presenza dei padroni, ma anche con loro, la cui bocca non veniva cucita, erano disposti a porgere il collo per il padrone, a far ricadere sulla propria testa il pericolo che lo minacciava; nei banchetti parlavano, ma sotto tortura tacevano.


La vita è davvero breve?

[1] Maior pars mortalium, Pauline, de naturae malignitate conqueritur, quod in exiguum aevi gignimur, quod haec tam velociter, tam rapide data nobis temporis spatia decurrant, adeo ut exceptis admodum paucis ceteros in ipso vitae apparatu vita destituat. La maggior parte dei mortali, o Paolino, si lamenta della scarsa generosità della natura, perché siamo generati per una breve esistenza, perché questi intervalli di tempo concessi a noi scorrono così velocemente, così precipitosamente, tanto che, esclusi pochissimi, gli altri la vita li abbandona proprio nel momento in cui si preparano a viverla. Nec huic publico, ut opinantur, malo turba tantum et inprudens vulgus ingemuit: clarorum quoque virorum hic adfectus querellas evocavit. Né per questo comune male, come si ritiene, hanno gemuto soltanto la folla e il volgo ignorante: questo sentimento ha suscitato le lamentele anche di uomini illustri. Inde illa maximi medicorum exclamatio est: «Vitam brevem esse, longam artem»: da ciò deriva quella esclamazione del più grande dei medici: «La vita è breve, lunga l'arte».

[2] Inde Aristotelis cum rerum naturā exigentis minime conveniens sapienti viro lis est: «aetatis illam animalibus tantum indulsisse ut quina aut dena saecula educerent, homini in tam multa ac magna genito tanto citeriorem terminum stare.» Da ciò deriva la controversia di Aristotele che fa i conti con la natura, controversia per nulla conveniente a un uomo sapiente: «Essa agli animali ha concesso tanto tempo che essi allevano cinque o dieci generazioni, mentre per l'uomo, generato per fini così numerosi e importanti, sussiste un limite tanto più ridotto».


[3] Non exiguum temporis habemus, sed multum perdimus. Non abbiamo poco tempo, ma molto ne perdiamo. Satis longa vita et in maximarum rerum consummationem large data est, si tota bene conlocaretur; sed ubi per luxum ac neglegentiam diffluit, ubi nulli bonae rei inpenditur, ultimā demum necessitate cogente quam ire non intelleximus transisse sentimus. È stata data una vita abbastanza lunga e generosamente concessa per la realizzazione di grandissimi risultati, se fosse impiegata tutta bene; ma quando scorre via nel lusso e nella negligenza, quando non viene spesa per nessuno scopo buono, alla fine, costringendoci l'estrema necessità, ci accorgiamo che è passata, senza aver compreso che se ne stava andando.

[4] Ita est: non accipimus brevem vitam sed facimus, nec inopes eius sed prodigi sumus. È così: non riceviamo una vita breve, ma la rendiamo tale, e non siamo poveri di essa, ma prodighi. Sicut amplae et regiae opes, ubi ad malum dominum pervenerunt, momento dissipantur, at quamvis modicae, si bono custodi traditae sunt, usu crescunt, ita aetas nostra bene disponenti multum patet. Come le ricchezze grandi e regali, quando sono giunte a un cattivo padrone, in un attimo si dissipano, mentre, per quanto modeste, se sono state affidate a un buon custode, crescono con l'uso: così la nostra esistenza, per chi la gestisce bene, è molto ampia.


Un esame di coscienza

(3) Repete memoriā tecum quando certus consilii fueris, quotus quisque dies ut destinaveras cesserit, quando tibi usus tui fuerit, quando in statu suo vultus, quando animus intrepidus, quid tibi in tam longo aevo facti operis sit, quam multi vitam tuam diripuerint te non sentiente quid perderes, quantum vanus dolor, stulta laetitia, avida cupiditas, blanda conversatio abstulerit, quam exiguum tibi de tuo relictum sit: intelleges te inmaturum mori. Richiama alla memoria, con te stesso, quando sei stato fermo nel tuo proposito, quanti giorni siano trascorsi come avevi stabilito, quando hai avuto disponibilità di te stesso, quando il volto è rimasto sereno, quando l'animo intrepido, quale opera hai compiuto in un tempo così lungo, quanti abbiano depredato la tua vita mentre tu non ti accorgevi di ciò che perdevi, quanto abbiano sottratto un vano dolore, una stolta letizia, un'avida cupidigia, una piacevole frequentazione, quanto poco ti sia rimasto del tuo: comprenderai di morire prematuramente.


Un esame di coscienza

(4) Quid ergo est in causā? Tamquam semper victuri vivitis, numquam vobis fragilitas vestra succurrit, non observatis quantum iam temporis transierit; velut ex pleno et abundanti perditis, cum interim fortasse ille ipse qui alicui vel homini vel rei donatur dies ultimus sit. Qual è dunque la questione? Vivete come se foste destinati a vivere per sempre, non vi viene mai in mente la vostra fragilità, non badate a quanto tempo è già passato; sprecate come da un patrimonio pieno e abbondante, mentre nel frattempo forse proprio quel giorno che viene donato a qualche persona o faccenda potrebbe essere l'ultimo. Omnia tamquam mortales timetis, omnia tamquam immortales concupiscitis. Temete tutto come mortali, desiderate tutto come immortali.

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