Testi greci e traduzioni: Storia e virtù antiche

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Ritorno di Alcibiade ad Atene (Elleniche 1,4,18-21)

Ἀλκιβιάδης δὲ πρὸς τὴν γῆν ὁρμισθεὶς ἀπέβαινε μὲν οὐκ εὐθύς, φοβούμενος τοὺς ἐχθρούς· ἐπαναστὰς δὲ ἐπὶ τοῦ καταστρώματος ἐσκόπει τοὺς αὑτοῦ ἐπιτηδείους, εἰ παρείησαν. κατιδὼν δὲ Εὐρυπτόλεμον τὸν Πεισιάνακτος, αὑτοῦ δὲ ἀνεψιόν, καὶ τοὺς ἄλλους οἰκείους καὶ τοὺς φίλους μετ' αὐτῶν, τότε ἀποβὰς ἀναβαίνει εἰς τὴν πόλιν μετὰ τῶν παρεσκευασμένων, εἴ τις ἅπτοιτο, μὴ ἐπιτρέπειν. ἐν δὲ τῇ βουλῇ καὶ τῇ ἐκκλησίᾳ ἀπολογησάμενος ὡς οὐκ ἠσεβήκει, εἰπὼν δὲ ὡς ἠδίκηται, λεχθέντων δὲ καὶ ἄλλων τοιούτων καὶ οὐδενὸς ἀντειπόντος διὰ τὸ μὴ ἀνασχέσθαι ἂν τὴν ἐκκλησίαν, ἀναρρηθεὶς ἁπάντων ἡγεμὼν αὐτοκράτωρ, ὡς οἷός τε ὢν σῶσαι τὴν προτέραν τῆς πόλεως δύναμιν, πρότερον μὲν τὰ μυστήρια τῶν Ἀθηναίων κατὰ θάλατταν ἀγόντων διὰ τὸν πόλεμον, κατὰ γῆν ἐποίησεν ἐξαγαγὼν τοὺς στρατιώτας ἅπαντας.
Ed Alcibiade, approdato con la nave presso la terraferma, sbarcò non subito, temendo i nemici personali; ma alzatosi in piedi sul ponte, guardava i propri sostenitori, se erano presenti. E avendo visto Eurittolemo, figlio di Pisianatte e cugino suo, e gli altri familiari e gli amici con loro, allora dopo essere sceso sale verso la città con quelli che erano preparati, per impedire che qualcuno lo attaccasse. Nel Consiglio e nell'Assemblea, dopo aver detto a propria difesa che non aveva compiuto empietà, e avendo affermato che aveva subìto ingiustizia, ed essendo state dette anche altre cose di tal genere, e non essendosi opposto nessuno perché l'Assemblea non l'avrebbe permesso, fu proclamato capo di tutti con pieni poteri, in quanto era in grado di salvaguardare l'antica potenza della città; mentre prima gli Ateniesi celebravano la processione dei misteri per mare a causa della guerra, la fece celebrare per terra, dopo aver condotto fuori tutti i soldati.


La battaglia delle Arginuse (Elleniche 1,6,33-36)

Μετὰ δὲ ταῦτα ἐναυμάχησαν χρόνον πολύν, πρῶτον μὲν ἁθρόαι, ἔπειτα δὲ διεσκεδασμέναι. ἐπεὶ δὲ Καλλικρατίδας τε ἐμβαλούσης τῆς νεὼς ἀποπεσὼν εἰς τὴν θάλατταν ἠφανίσθη Πρωτόμαχός τε καὶ οἱ μετ' αὐτοῦ τῷ δεξιῷ τὸ εὐώνυμον ἐνίκησαν, ἐντεῦθεν φυγὴ τῶν Πελοποννησίων ἐγένετο εἰς Χίον, πλείστων δὲ καὶ εἰς Φώκαιαν· οἱ δὲ Ἀθηναῖοι πάλιν εἰς τὰς Ἀργινούσας κατέπλευσαν. ἀπώλοντο δὲ τῶν μὲν Ἀθηναίων νῆες πέντε καὶ εἴκοσιν αὐτοῖς ἀνδράσιν ἐκτὸς ὀλίγων τῶν πρὸς τὴν γῆν προσενεχθέντων, τῶν δὲ Πελοποννησίων Λακωνικαὶ μὲν ἐννέα, πασῶν οὐσῶν δέκα, τῶν δ' ἄλλων συμμάχων πλείους ἢ ἑξήκοντα. ἔδοξε δὲ καὶ τοῖς τῶν Ἀθηναίων στρατηγοῖς ἑπτὰ μὲν καὶ τετταράκοντα ναυσὶ Θηραμένην τε καὶ Θρασύβουλον τριηράρχους ὄντας καὶ τῶν ταξιάρχων τινὰς πλεῖν ἐπὶ τὰς καταδεδυκυίας ναῦς καὶ τοὺς ἐπ' αὐτῶν ἀνθρώπους, ταῖς δὲ ἄλλαις ἐπὶ τὰς μετ' Ἐτεονίκου τῇ Μυτιλήνῃ ἐφορμούσας. ταῦτα δὲ βουλομένους ποιεῖν ἄνεμος καὶ χειμὼν διεκώλυσεν αὐτοὺς μέγας γενόμενος· τροπαῖον δὲ στήσαντες αὐτοῦ ηὐλίζοντο.
E dopo questi avvenimenti combatterono in mare per molto tempo, dapprima compatti, e poi sparpagliati. Quando poi Callicratida, nella collisione della nave, cadde in mare e scomparve, e Protomaco e quelli che stavano con lui con l'ala destra vinsero l'ala sinistra, da quel momento ci fu una fuga dei Peloponnesiaci verso Chio, e di moltissimi anche verso Focea; gli Ateniesi invece fecero ritorno alle Arginuse. Andarono perse delle navi degli Ateniesi venticinque con gli stessi equipaggi, eccetto pochi di quelli che furono spinti verso terra; dei Peloponnesiaci invece nove Laconiche, su un totale di dieci, e degli altri alleati più di sessanta. E anche agli strateghi degli Ateniesi sembrò opportuno che Teramene e Trasibulo, che erano trierarchi, e alcuni dei tassiarchi navigassero con quarantasette navi verso le navi affondate e gli uomini (imbarcati) su di esse, e con le altre verso le navi ormeggiate presso Mitilene con Eteonico. Ma il vento e una violenta tempesta che si levò impedirono loro di fare questo che volevano; e avendo eretto un trofeo, vi trascorsero la notte.


La battaglia di Egospotami (Xen. Hell. II 1,27-28)

Λύσανδρος δ', ἐπεὶ ἦν ἡμέρα πέμπτη ἐπιπλέουσι τοῖς Ἀθηναίοις, εἶπε τοῖς παρ' αὐτοῦ ἑπομένοις, ἐπὰν κατίδωσιν αὐτοὺς ἐκβεβηκότας καὶ ἐσκεδασμένους κατὰ τὴν Χερρόνησον, ὅπερ ἐποίουν πολὺ μᾶλλον καθ' ἑκάστην ἡμέραν, τά τε σιτία πόρρωθεν ὠνούμενοι καὶ καταφρονοῦντες δὴ τοῦ Λυσάνδρου, ὅτι οὐκ ἀντανῆγεν, ἀποπλέοντας τοὔμπαλιν παρ' αὐτὸν ἆραι ἀσπίδα κατὰ μέσον τὸν πλοῦν. οἱ δὲ ταῦτα ἐποίησαν ὡς ἐκέλευσε. Λύσανδρος δ' εὐθὺς ἐσήμηνε τὴν ταχίστην πλεῖν· συμπαρῄει δὲ καὶ Θώραξ τὸ πεζὸν ἔχων. Κόνων δὲ ἰδὼν τὸν ἐπίπλουν, ἐσήμηνεν εἰς τὰς ναῦς βοηθεῖν κατὰ κράτος. διεσκεδασμένων δὲ τῶν ἀνθρώπων, αἱ μὲν τῶν νεῶν δίκροτοι ἦσαν, αἱ δὲ μονόκροτοι, αἱ δὲ παντελῶς κεναί· ἡ δὲ Κόνωνος καὶ ἄλλαι περὶ αὐτὸν ἑπτὰ πλήρεις ἀνήχθησαν ἁθρόαι καὶ ἡ Πάραλος, τὰς δ' ἄλλας πάσας Λύσανδρος ἔλαβε πρὸς τῇ γῇ.
E Lisandro, quando fu il quinto giorno da quando gli Ateniesi avanzavano con le navi, disse a quelli che lo seguivano di alzare uno scudo a metà della navigazione, tornando indietro verso di lui, quando li avessero visti sbarcati e sparsi nel Chersoneso, cosa che facevano ogni giorno sempre di più, comprando i viveri da lontano e disprezzando Lisandro perché non li attaccava. Ed essi fecero come lui aveva ordinato. Lisandro subito fece segno di navigare il più velocemente possibile; avanzava insieme anche Torace, che comandava la fanteria. E Conone, vedendo l'attacco navale, diede il segnale alle navi di accorrere in aiuto con tutte le forze. Ma essendo gli uomini sparsi, alcune delle navi erano a due file di remi, altre a una sola, altre completamente vuote; quella di Conone e altre sette intorno a lui presero il largo con l'equipaggio al completo, compatte, e anche la Paralo, mentre tutte le altre Lisandro le catturò presso la costa.


Dopo la battaglia di Egospotami (Elleniche II 2, 3-6)

Ad Atene, all'arrivo della Paralo di notte, si diffuse la notizia della sciagura, e un lamento dal Pireo attraverso le lunghe mura giungeva fino alla città, l'uno riferendolo all'altro; cosicché quella notte nessuno dormì, non solo piangendo i caduti, ma molto di più ancora compiangendo se stessi, pensando che avrebbero subìto ciò che avevano fatto ai Meli, che erano coloni dei Lacedemoni, dopo averli sconfitti con un assedio, e agli Istiei, agli Scionei, ai Toronei, agli Egineti e a molti altri Greci. Il giorno dopo fecero un'Assemblea, nella quale si decise di bloccare i porti eccetto uno solo, di rinforzare le mura, di collocare sentinelle e di preparare la città in tutte le altre cose come per un assedio. E questi erano impegnati in tali provvedimenti. Lisandro invece, giunto dall'Ellesponto con duecento navi a Lesbo, sistemò sia le altre città dell'isola sia Mitilene; e verso le piazzeforti della Tracia mandò con dieci triremi Eteonico, il quale fece passare ai Lacedemoni tutti i territori di quella zona.


La resa di Atene (Xen. Hell. II 2,10-23)

Gli Ateniesi, assediati per terra e per mare, non sapevano che cosa fare, non avendo a disposizione né navi né alleati né viveri; e ritenevano che non ci fosse alcuna salvezza se non subire ciò che non avevano fatto per vendicarsi, ma per arroganza avevano maltrattato persone di piccole città, per nessun altro motivo se non perché erano alleati di quelli. Per questi motivi, avendo reso cittadini con pieni diritti coloro che ne erano privi, resistevano, e pur morendo di fame molti in città, non volevano discutere di una resa. Ma quando ormai il cibo era completamente finito, inviarono ambasciatori ad Agide, proponendo di essere alleati dei Lacedemoni a condizione di mantenere le mura e il Pireo, e di stipulare un trattato a queste condizioni. Ma egli ordinò che andassero a Sparta, dicendo di non essere lui padrone della decisione. Quando gli ambasciatori riferirono queste cose agli Ateniesi, quelli li mandarono a Sparta. E quando furono a Sellasia e gli efori vennero a sapere da loro che le cose che dicevano erano le stesse già dette ad Agide, ordinarono loro di andarsene da lì e, se davvero avevano bisogno di pace, di tornare dopo essersi consultati meglio. Quando gli ambasciatori giunsero in patria e riferirono queste notizie alla città, in tutti si diffuse lo sconforto; credevano infatti che sarebbero stati ridotti in schiavitù, e che nel frattempo, finché non avessero mandato altri ambasciatori, molti sarebbero morti di fame. Riguardo all'abbattimento delle mura nessuno voleva discutere; Archestrato infatti, avendo detto nel Consiglio che la cosa migliore era fare la pace alle condizioni proposte dai Lacedemoni, fu messo in prigione; ora proponevano di abbattere un tratto delle lunghe mura per dieci stadi da entrambi i lati; ma fu approvato un decreto che vietava di discutere di questi argomenti. In questa situazione Teramene disse nell'Assemblea che, se volevano mandarlo da Lisandro, sarebbe tornato sapendo se i Lacedemoni insistevano sulle mura, volendo ridurre in schiavitù la città, oppure lo facevano a garanzia. Inviato, rimase presso Lisandro tre mesi e più, aspettando il momento in cui gli Ateniesi, per la mancanza di cibo, avrebbero accettato qualunque proposta. Quando tornò al quarto mese, riferì nell'Assemblea che Lisandro lo aveva trattenuto fino a quel momento, poi gli aveva ordinato di andare a Sparta, dicendo di non essere lui padrone delle decisioni che gli venivano richieste, ma gli efori. Dopo questi fatti fu scelto come ambasciatore plenipotenziario per Sparta insieme ad altri nove. Lisandro mandò Aristotele, un fuoruscito ateniese, insieme ad altri Lacedemoni, a riferire agli efori che rispondeva a Teramene che erano loro i responsabili della pace e della guerra.


Teramene e gli altri ambasciatori, arrivati a Sellasia, quando fu loro chiesto per quale proposta fossero venuti, dissero che erano venuti come plenipotenziari per la pace; dopo di ciò gli efori ordinarono di convocarli. Quando giunsero, si tenne un'assemblea, nella quale i Corinzi e i Tebani in particolare, ma anche molti altri Greci, si opposero, proponendo di non fare tregua con gli Ateniesi, ma di annientarli. I Lacedemoni però dissero che non avrebbero ridotto in schiavitù una città greca che aveva fatto un grande bene nei gravissimi pericoli per la Grecia, ma erano disposti a fare la pace a condizione che abbattessero le lunghe mura e il Pireo, consegnassero le navi tranne dodici, facessero rientrare gli esuli, e seguissero i Lacedemoni, avendo gli stessi amici e nemici, sia per terra sia per mare, dovunque li guidassero. Teramene e gli ambasciatori con lui riportarono queste condizioni ad Atene. Mentre entravano, una folla numerosa li circondò, temendo che fossero tornati senza aver concluso nulla: non era più possibile attendere, per il gran numero di coloro che morivano di fame. Il giorno dopo gli ambasciatori riferirono a quali condizioni i Lacedemoni erano disposti a fare la pace; a parlare a nome loro fu Teramene, che disse che bisognava obbedire ai Lacedemoni e abbattere le mura. Alcuni si opposero, ma molti di più approvarono, e si decise di accettare la pace. Dopo questi fatti Lisandro entrò con le navi nel Pireo, gli esuli rientrarono e abbatterono le mura al suono dei flauti, con grande entusiasmo, pensando che quel giorno segnasse l'inizio della libertà per la Grecia.


Opportunismo di Teramene (Xen. Hell. II 3, 30-31)

Affinché sappiate che costui non fa queste cose solo ora, ma è traditore per natura, vi ricorderò le cose da lui compiute. Costui infatti, inizialmente stimato dal popolo per il padre, Agnone, si mostrò molto incline a mutare il regime democratico nel governo dei Quattrocento, e tra quelli primeggiava. Ma quando intuì che si stava formando qualcosa di contrario all'oligarchia, divenne di nuovo per primo capo del popolo contro di loro; per questo, certo, è anche soprannominato Coturno. Anche il coturno infatti sembra adattarsi a entrambi i piedi, e guarda da entrambe le direzioni. Ma è necessario, Teramene, che l'uomo degno di vivere non sia abile nel trascinare i compagni in situazioni difficili e poi, se sorge qualche ostacolo, cambiare subito direzione, ma che, come su una nave, si dia da fare finché non si trovano con vento favorevole; altrimenti, come potrebbero mai arrivare dove è necessario, se, quando qualcosa va storto, subito navigano nella direzione opposta?


Morte di Teramene (Xen. Hell. II 3, 54-56)

Quelli entrarono con gli agenti, guidati da Satiro, il più arrogante e sfrontato; Crizia disse: "Vi consegniamo, disse, questo Teramene qui presente, condannato secondo la legge; e voi, gli Undici, prendetelo e portatelo dove è necessario, ed eseguite le procedure che ne derivano!". Quando ebbe detto queste cose, Satiro lo strappava dall'altare, e gli agenti lo trascinavano. Teramene, com'è naturale, invocava sia gli dei sia gli uomini perché vedessero ciò che stava accadendo. Ma il Consiglio restava immobile, vedendo sia quelli sulle transenne, complici di Satiro, sia il fronte del tribunale pieno di guardie, e non ignorando che erano presenti con dei pugnali. Quelli lo trascinavano per la piazza, mentre lui proclamava a gran voce ciò che stava subendo. E si racconta anche questa sola battuta di lui: quando Satiro disse che l'avrebbe pagata cara se non avesse taciuto, chiese: "Se invece taccio, non la pagherò forse cara?". E quando poi, costretto a morire, bevve la cicuta, dicevano che, facendo schizzare via ciò che ne rimaneva, come nel gioco del cottabo, egli disse: "Questo sia per il (mio) bel Crizia!".


Trasibulo contro i Trenta (Elleniche II 4, 1-3)

Teramene dunque morì in questo modo; i Trenta, come se ormai potessero tiranneggiare impunemente, intimarono a quelli che erano fuori dall'elenco di non entrare in città, e li portavano via dalle campagne per avere loro stessi e i loro amici i poderi. E siccome quelli fuggivano verso il Pireo, deportandone molti anche da lì riempirono sia Megara sia Tebe di coloro che se ne andavano. In seguito Trasibulo, partito da Tebe con circa settanta uomini, occupò File, una fortezza ben difesa. I Trenta accorsero dalla città con i tremila e con i cavalieri, mentre il tempo era bellissimo. Quando giunsero, subito alcuni dei giovani, con spavalderia, mossero all'attacco contro la fortezza, ma non conclusero nulla e, feriti, si ritirarono. Mentre i Trenta volevano costruire fortificazioni per assediarli, bloccando i rifornimenti, durante la notte e il giorno seguente sopraggiunse una abbondante nevicata. Coperti dalla neve, se ne andarono verso la città, avendo perso per opera di quelli di File parecchi dei trasportatori.


La Grecia dopo la battaglia di Mantinea (Elleniche VII 5, 26)

Accaduti questi fatti, era avvenuto l'opposto di ciò che tutti credevano sarebbe accaduto. Essendosi radunata quasi tutta la Grecia e schierati gli uni contro gli altri, non c'era nessuno che non pensasse che, se ci fosse stata battaglia, i vincitori avrebbero comandato e i vinti sarebbero stati sudditi; ma la divinità fece in modo che entrambi collocassero un trofeo come se avessero vinto, ma né gli uni né gli altri impedivano a quelli che lo erigevano; ed entrambi restituirono i caduti in seguito a una tregua, come se avessero vinto, ma entrambi li ricevettero in seguito a una tregua come se fossero stati sconfitti; e pur affermando entrambi di aver vinto, né gli uni né gli altri apparvero avere nulla di più né per territorio, né per città, né per supremazia, rispetto a prima della battaglia; e dopo la battaglia nella Grecia si verificò incertezza e disordine ancora maggiori di prima. Da me dunque sia scritto fino a questo punto; e le vicende successive forse interesseranno un altro.


La virtù si può insegnare (Xen. Mem. III 9,1-3)

Di nuovo, essendogli chiesto se il coraggio fosse insegnabile o innato, disse: "Credo che, come un corpo nasce per natura più forte di un altro corpo nelle fatiche, così anche un'anima nasca per natura più forte di un'altra di fronte ai pericoli; vedo infatti che persone cresciute con le stesse leggi e abitudini differiscono molto tra loro per audacia. Credo tuttavia che ogni natura cresca in coraggio con l'apprendimento e l'esercizio; è chiaro infatti che Sciti e Traci non oserebbero combattere contro gli Spartani impugnando scudi e lance; ed è evidente che gli Spartani non vorrebbero lottare né contro i Traci con piccoli scudi e giavellotti né contro gli Sciti con archi. Vedo anche che, in tutte le altre cose, gli uomini si distinguono gli uni dagli altri per natura e progrediscono molto con l'impegno. Da queste considerazioni risulta chiaro che tutti, sia quelli più dotati sia quelli meno dotati per natura, devono imparare ed esercitarsi in quelle cose in cui vogliono diventare degni di nota".


La contesa tra Ciro e Artaserse (Xen. Anab. I 1,1-7)

Da Dario e Parisatide nascono due figli: il maggiore Artaserse, e il più giovane Ciro. Quando Dario era malato e prevedeva la fine della vita, volle che entrambi i figli fossero presenti. Il maggiore si trovava già lì; Ciro invece lo fece chiamare dalla satrapia di cui lo aveva reso governatore, e lo nominò comandante di tutti coloro che si radunavano nella pianura di Castolo. Ciro dunque risalì l'Asia prendendo con sé Tissaferne come amico, e con trecento opliti greci, il cui comandante era Senia di Parrasio. Quando morì Dario e Artaserse salì al trono, Tissaferne calunniò Ciro presso il fratello, accusandolo di complottare contro di lui. Artaserse gli diede retta e fece arrestare Ciro con l'intenzione di ucciderlo; ma la madre, supplicando, ottenne la sua liberazione e lo rimandò alla sua satrapia. Ciro, dopo essersi allontanato, avendo rischiato la vita ed essendo stato disonorato, decise che non si sarebbe più trovato in balia del fratello, ma, se poteva, avrebbe regnato al suo posto. La madre Parisatide era dalla parte di Ciro, amandolo più del re Artaserse. Chiunque giungeva da parte del re, Ciro lo congedava in modo tale da renderlo più amico suo che del re. Si prendeva cura anche dei barbari al suo servizio, affinché fossero capaci di combattere e ben disposti verso di lui. Raccoglieva l'esercito greco il più possibile, nascondendolo, per cogliere il re il più impreparato possibile. Ecco come procedeva all'arruolamento: ordinò ai comandanti dei presidi di ciascuna città di prendere quanti più soldati peloponnesiaci potevano, più numerosi e migliori, affermando che Tissaferne complottava contro le città. Le città ioniche infatti erano in origine assegnate a Tissaferne dal re, ma allora tutte, tranne Mileto, erano passate a Ciro; a Mileto Tissaferne, avendo previsto che i cittadini stessero decidendo di passare a Ciro, ne uccise alcuni e ne cacciò altri. Ciro, accogliendo gli esuli e radunando un esercito, assediava Mileto sia per terra sia per mare, e cercava di far rientrare quelli che erano stati cacciati.


Doti straordinarie di Ciro il Grande (Xen. Cyr. I 1, 1-6)

Ci venne una volta il pensiero di quante democrazie furono abbattute da coloro che volevano governarsi in altro modo piuttosto che in democrazia, e quante monarchie, e quante oligarchie furono abolite dai popoli; e quanti, dopo aver tentato di farsi tiranni, alcuni furono rovesciati addirittura subito, altri invece, pur restando al potere per qualche tempo, sono ammirati come uomini saggi e fortunati.


Ci sembrava di aver conosciuto molti anche nelle case private, alcuni che avevano più servi, altri pochissimi, e tuttavia neppure questi pochi potevano essere pienamente obbediti dai padroni. Inoltre consideravamo che governano anche i bovari sui buoi e i guardiani dei cavalli sui cavalli, e tutti quelli chiamati pastori, che a buon diritto potrebbero essere considerati governanti degli animali di cui hanno cura; ci pareva dunque di vedere che tutti questi greggi sono più disposti a obbedire ai pastori di quanto gli uomini ai loro governanti. Le greggi infatti vanno dove le guidano i pastori, pascolano nei terreni dove le conducono e si astengono da quelli da cui le tengono lontane; e lasciano che i pastori usino a loro piacimento i frutti che ne derivano. Inoltre non abbiamo mai visto un gregge ribellarsi contro il pastore, né per non obbedire né per non permettergli di usare i prodotti; anzi, le greggi sono più ostili verso gli estranei che verso coloro che le governano e ne traggono vantaggio; gli uomini invece si ribellano più di ogni altra cosa contro quelli che capiscono voler governare su di loro. Riflettendo su questi argomenti, giudicavamo che per un uomo fosse più facile governare su tutti gli altri esseri viventi che sugli uomini. Ma quando considerammo che esistette Ciro il Persiano, che fu padrone di moltissime persone che gli obbedivano, di moltissime città e di moltissimi popoli, da ciò fummo costretti a ricredersi: governare sugli uomini non è né impossibile né difficile, se uno lo fa con competenza. Sappiamo infatti che a Ciro obbedirono volentieri alcuni che distavano molti giorni di cammino, altri anche mesi, altri che non lo avevano mai visto, altri che sapevano bene che non lo avrebbero visto, e tuttavia erano disposti a sottomettersi a lui. Egli si distinse davvero dagli altri re, sia da quelli che avevano ereditato i regni dei padri, sia da quelli che li avevano conquistati da soli: lo Scita, pur essendoci moltissimi Sciti, non potrebbe governare nessun altro popolo, ma si accontenterebbe di governare il proprio; così il Trace sui Traci e l'Illirico sugli Illirici; e sentiamo dire che anche le altre popolazioni d'Europa sono ancora oggi autonome e separate l'una dall'altra. Ciro invece, prendendo in mano allo stesso modo anche i popoli dell'Asia, che erano autonomi, mosso con un piccolo esercito di Persiani, guidò i Medi con il loro consenso e gli Ircani con il loro consenso, e sottomise i Siri, gli Assiri, gli Arabi, i Cappadoci, entrambi i Frigi, i Lidi, i Cari, i Fenici, i Babilonesi, e governò sui Battriani, sugli Indi e sui Cilici; così anche sui Saci, sui Paflagoni e sui Magadidi, e su moltissime altre popolazioni, di cui non si potrebbero neppure dire i nomi; governò anche sui Greci dell'Asia e, sceso al mare, sui Ciprioti e sugli Egizi. E governò su questi popoli pur non parlando tutti la sua lingua né lui stesso né tra loro; e tuttavia riuscì a estendersi su un territorio così vasto grazie alla paura che incuteva, tanto che spaventava tutti e nessuno osava attaccarlo, e seppe suscitare un desiderio così grande di compiacerlo da ritenere giusto essere governati sempre secondo la sua volontà, e si conquistò le simpatie di tante stirpi che è impresa anche solo elencarle, in qualunque direzione si inizi a percorrere dalla reggia: verso oriente, verso occidente, verso settentrione o verso mezzogiorno. Noi dunque abbiamo considerato quest'uomo degno di ammirazione per capire chi fosse per nascita, quale indole avesse e con quale educazione si fosse tanto distinto nel governare gli uomini. Quanto abbiamo appreso e ci pare di aver osservato su di lui, cercheremo di esporlo.


Origini e virtù di Agesilao (Xen. Ages. I 1-5)

So che non è facile scrivere un elogio degno del valore e della fama di Agesilao, ma bisogna tentare. Non sarebbe giusto, infatti, che proprio perché fu completamente un uomo valoroso, non ricevesse lodi neppure inferiori al suo valore. Riguardo alla sua nobiltà che cosa si potrebbe dire di più grande e di più bello del fatto che ancora oggi, insieme ai suoi antenati che vengono ricordati per nome, si tramanda quanto furono discendenti da Eracle, e per di più non cittadini privati, ma re discendenti da re? Ma neppure da questo punto di vista si potrebbero biasimare, nel senso che regnano sì, ma su una città qualsiasi; come l'origine della loro stirpe è molto onorata, così anche la città è molto celebre nella Grecia; sicché non primeggiano su persone di second'ordine, ma comandano su chi comanda.


Straordinarietà di Sparta (Costituzione degli Spartani 1, 1-2)

Un tempo, riflettendo su come Sparta, pur essendo tra le città meno popolose, apparisse la più potente e famosa della Grecia, mi chiesi con meraviglia come ciò fosse accaduto; ma quando osservai le usanze degli Spartiati, non mi meravigliai più. Ammiro tuttavia Licurgo, colui che diede loro le leggi, obbedendo alle quali furono felici, e lo ritengo estremamente saggio. Egli infatti, non imitando le altre città, ma anzi decidendo cose opposte alla maggior parte di esse, rese la sua patria superiore per felicità.


In vista del mare

Il quinto giorno giungono presso il monte; il nome del monte era Teche. Dopo che i primi giunsero sul monte e guardarono verso il mare, si levò un forte grido. Avendo sentito, Senofonte e i soldati temevano di ritrovarsi di fronte ad altri nemici; e infatti li inseguivano da dietro, dalla regione che bruciava, e i soldati ne uccisero alcuni, e ne fecero prigionieri altri, dopo aver teso un agguato, e lanciarono gli scudi coperti di pelle di bue non conciata che aveva ancora il pelo intorno ai venti. Quando il grido si fece più lungo e più vicino, coloro che avanzavano correvano sempre più velocemente verso coloro che gridavano, e l'urlo diventava sempre più forte man mano che aumentavano di numero; a Senofonte sembrò che ci fosse qualcosa di grave, e, saliti a cavallo e preso con sé Licio, accorse in aiuto; e presto sentono i soldati che gridano "Il mare, il mare!" e si incoraggiavano a vicenda. Qui tutti i soldati correvano, facendo avanzare le bestie da soma e i cavalli. Quando tutti arrivarono in cima, qui si radunavano altri strateghi e altri comandanti, che piangevano.


L'educazione dei giovani in Persia

Dunque i giovani che vanno a scuola trascorrono il tempo imparando la giustizia; e dicono che qui da noi vanno a scuola per imparare le lettere. Insegnano ai bambini anche la salvezza; si discute molto di come imparino ad essere saggi e vivano praticando quotidianamente questa virtù. Si insegna loro a obbedire ai superiori, e a questo contribuisce il vedere che gli anziani prestano scrupolosa obbedienza ai magistrati. Si insegna poi il dominio di sé nel mangiare e nel bere, favorito sia dal fatto che gli anziani non vanno a cena prima che i superiori lo consentano, sia dal fatto che non consumano il pasto a casa, con la madre, ma in compagnia del maestro, e solo dopo che i direttori hanno dato il segnale. Si portano da casa come nutrimento del pane, come companatico del crescione e per dissetarsi una tazza per attingere l'acqua del fiume. E poi imparano a tirare con l'arco e a lanciare il giavellotto. Queste sono le occupazioni dei fanciulli dalla nascita fino ai sedici o diciassette anni d'età, quando entrano nella classe degli Efebi.

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